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	<title>La Strega di Portobello</title>
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	<pubDate>Fri, 07 Sep 2007 16:36:27 +0000</pubDate>
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		<title>L’angolo dei Lettori di “La Strega di Portobello”</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2007 07:15:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paulo Coelho</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Witch of Portobello]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo spazio è dedicato ai lettori che hanno letto il libro. Tutte le recensioni, sia positive che negative, verranno pubblicate in questo blog, ad eccezione di quelle con toni offensivi e arroganti. Criticare e commentare è giusto, e noi metteremo a disposizione questo spazio solo per coloro che hanno letto “La strega di Portobello.” Le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo spazio è dedicato ai lettori che hanno letto il libro. Tutte le recensioni, sia positive che negative, verranno pubblicate in questo blog, ad eccezione di quelle con toni offensivi e arroganti. Criticare e commentare è giusto, e noi metteremo a disposizione questo spazio solo per coloro che hanno letto “La strega di Portobello.” Le persone che ancora non hanno letto i primi capitoli possono cliccare sulla colonna a destra dello schermo. Nel frattempo, la pagina dei commenti verrà chiusa.”</p>
<p>Cordiali saluti</p>
<p>Paula Braconnot</p>
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		<title>Decimo Capitolo</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2007 07:15:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paulo Coelho</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Witch of Portobello]]></category>

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		<description><![CDATA[Peter Sherney, 47 anni, direttore generale di una filiale della Bank of (cassato) di Holland Park, Londra 
Assunsi Athena solo perché la sua famiglia era tra i nostri clienti più importanti – in fin dei conti, il mondo gira intorno a interessi reciproci. Poiché si mostrò piuttosto “esagitata”, le assegnai un lavoro noioso, ripetitivo, nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Peter Sherney, 47 anni, direttore generale di una filiale della Bank of (cassato) di Holland Park, Londra </strong></p>
<p>Assunsi Athena solo perché la sua famiglia era tra i nostri clienti più importanti – in fin dei conti, il mondo gira intorno a interessi reciproci. Poiché si mostrò piuttosto “esagitata”, le assegnai un lavoro noioso, ripetitivo, nella dolce speranza che arrivasse a dare le dimissioni: in tal modo, avrei potuto dire a suo padre che avevo tentato di aiutarla, ma senza successo.</p>
<p>La mia esperienza di direttore di banca mi aveva insegnato a conoscere lo stato d’animo delle persone, anche di quelle che non si esprimono direttamente. Lo avevo appreso in un corso per dirigenti: “Se vuoi liberarti di qualcuno, fa’ di tutto perché finisca per mancarti di rispetto, e così potrai licenziarlo per giusta causa.”</p>
<p>Mi impegnai al limite per raggiungere questo scopo con Athena. Poiché non dipendeva dallo stipendio per mantenersi, avrebbe finito per realizzare che lo sforzo di svegliarsi presto, lasciare il figlio a casa della madre, lavorare l’intera giornata con una mansione alienante, tornare a prendere il bambino, andare al supermercato, occuparsi della sua creatura, metterla a letto e farla addormentare e poi, l’indomani, passare altre tre ore sui mezzi di trasporto ecc.… era assolutamente superfluo, visto che esistevano altre maniere – più interessanti – di trascorrere le giornate. A poco a poco, lei divenne sempre più irritabile, e io mi sentii orgoglioso della mia strategia: ce l’avrei fatta. Cominciò a lamentarsi del luogo dove abitava, raccontando che il proprietario del suo appartamento aveva l’abitudine di suonare una musica a volume altissimo durante la notte, per cui ormai non riusciva a dormire bene.</p>
<p>All’improvviso, qualcosa cambiò. Dapprima, solo in Athena. E, subito dopo, in tutta l’agenzia.</p>
<p>Come potrei definire questo cambiamento? Be’, un gruppo di persone che lavora insieme è come un’orchestra: un buon direttore è il maestro e sa qual è lo strumento stonato, quale trasmette più emozione e quale si limita a seguire il resto del gruppo. Athena sembrava suonare il proprio strumento senza alcun entusiasmo: appariva sempre distante, non condivideva mai con i colleghi le gioie o le tristezze della sua vita privata, lasciando intendere che, all’uscita dal lavoro, occupava il tempo nella cura del figlio – nient’altro. Fino al momento in cui cominciò a mostrarsi più riposata, più comunicativa: raccontava a chiunque volesse ascoltarla di aver scoperto un sistema per ringiovanire.</p>
<p>Ovviamente, questa è una parola magica: “ringiovanire”. Provenendo da una persona di appena ventun anni, suonava del tutto fuori luogo. Comunque, i colleghi le credettero, e cominciarono a chiederle il segreto di tale formula.</p>
<p>La sua efficienza aumentò – le sue mansioni non erano cambiate. E i colleghi, che prima si limitavano al buongiorno e alla buonasera, iniziarono a invitarla a pranzo. Quando tornavano, sembravano tutti particolarmente sereni – e la produttività dell’agenzia fece un gigantesco balzo in avanti.</p>
<p>Poiché so che le persone innamorate finiscono per influenzare l’ambiente in cui si muovono, dedussi immediatamente che Athena doveva aver incontrato qualcuno di molto importante per la sua vita.</p>
<p>Glielo domandai. Lei mi rispose affermativamente, aggiungendo che non era mai uscita con un cliente prima di allora ma, in questo caso, era stato impossibile rifiutare l’invito. In una situazione normale, avrei dovuto licenziarla in tronco – le regole della banca erano chiare: ogni contatto personale con i clienti era perentoriamente proibito. Ma, a quell’epoca, mi ero già accorto che il suo comportamento aveva contagiato praticamente tutti: alcuni colleghi cominciarono a incontrarsi con lei dopo il lavoro e, per quanto ne so, almeno due o tre andarono a casa sua.</p>
<p>Era una situazione molto pericolosa: la giovane tirocinante, senza alcuna precedente esperienza lavorativa, prima timida e talvolta aggressiva, era divenuta una sorta di leader naturale dei miei impiegati. Se l’avessi licenziata, avrebbero pensato che il mio gesto fosse dettato da gelosia – e io avrei perduto il loro rispetto. Se l’avessi mantenuta in servizio, avrei corso il rischio di perdere in pochi mesi il controllo del gruppo.</p>
<p>Decisi di aspettare qualche tempo. Intanto, l’“energia” – detesto questa parola perché, in realtà, non identifica niente di concreto: al limite, stiamo parlando di elettricità – … l’“energia” dell’agenzia iniziò ad aumentare. I clienti sembravano più soddisfatti e presero a consigliarla ad amici. Gli impiegati erano contenti e, malgrado il lavoro fosse raddoppiato, non fui costretto ad assumere altro personale, visto che tutti riuscivano a portare a termine i loro lavori.</p>
<p>Un giorno, ricevetti una lettera dei miei superiori. Mi chiedevano di andare a Barcellona, dove si sarebbe svolta una convention del gruppo, per spiegare il metodo lavorativo che stavo applicando. Secondo loro, ero riuscito ad aumentare i profitti senza incrementare le spese, e questa è l’unica cosa che interessa ai dirigenti – in tutto il mondo, detto fra parentesi.</p>
<p>Quale metodo?</p>
<p>Il mio unico merito avrebbe potuto essere quello di sapere dove tutto aveva avuto inizio, e così decisi di convocare Athena nel mio ufficio. Le feci i complimenti per l’eccellente produttività; mi ringraziò con un sorriso.</p>
<p>Mi rivolsi a lei con cautela, giacché non volevo essere male interpretato:</p>
<p>“Come va con il tuo fidanzato? Ho sempre pensato che chi riceve amore finisce per dare ancora più amore. Che cosa fa?”</p>
<p>“Lavora a Scotland Yard (N.d.R.: dipartimento investigativo della polizia metropolitana di Londra autorizzato a operare in tutta la Gran Bretagna).”</p>
<p>Preferii non addentrarmi nei dettagli. Tuttavia dovevo continuare quella conversazione a ogni costo: non avevo tempo da perdere.</p>
<p>“Ho notato un grande cambiamento in te, e…”</p>
<p>“Si è accorto di un grande cambiamento nell’agenzia?”</p>
<p>Come rispondere a una domanda del genere? Da una parte, forse le stavo concedendo più potere di quanto sarebbe stato consigliabile; ma, dall’altra, se la mia mossa non avesse funzionato, non avrei mai avuto le informazioni di cui abbisognavo.</p>
<p>“Sì, ho notato un enorme cambiamento. E sto pensando di promuoverti.”</p>
<p>“Ho bisogno di viaggiare. Voglio andarmene per qualche tempo da Londra, voglio conoscere nuovi orizzonti.”</p>
<p>Viaggiare? Ora che tutto funzionava a meraviglia nell’ambiente di lavoro, lei voleva andarsene? Ma, a pensarci meglio, non era proprio questa partenza che mi serviva e desideravo?</p>
<p>“Potrei aiutare la banca, se mi desse maggiori responsabilità,” proseguì lei.</p>
<p>Recepito – e lei mi stava dando un’eccellente opportunità. Com’è che non ci avevo pensato prima? “Viaggiare” significava allontanarla, riprendermi la leadership, senza dover sostenere i costi di un licenziamento o di una ribellione. Comunque, avrei dovuto riflettere su quell’eventualità, perché prima di aiutare la banca, lei doveva soccorrere me. Ora che i miei capi avevano preso coscienza della crescita di produttività, sapevo che dovevo mantenere quel livello, altrimenti avrei rischiato di perdere il mio prestigio e di ritrovarmi in una posizione peggiore rispetto al passato. A volte, mi sembra di capire perché gran parte dei miei colleghi non si impegnano per migliorare: se mancano quell’obiettivo, vengono tacciati di incompetenza. Se lo raggiungono, sono obbligati a crescere sempre, e finiscono i loro giorni con un bell’infarto.</p>
<p>Sempre cautamente, continuai nella mia strategia: non è consigliabile spaventare l’altro prima che questi riveli il segreto che ci interessa – è meglio fingersi d’accordo con l’interlocutore.</p>
<p>“Tenterò di far pervenire la tua richiesta ai miei superiori. A proposito, li incontrerò a Barcellona, ed è proprio per questo che ho deciso di chiamarti. Potrei essere smentito, se dicessi che i nostri profitti sono migliorati da quando… gli altri hanno cominciato ad avere un rapporto migliore con te?”</p>
<p>“Un rapporto migliore con se stessi, direi.”</p>
<p>“Sì. Ma determinato da te. O mi sbaglio?”</p>
<p>“Lei sa di non sbagliarsi.”</p>
<p>“Hai forse letto qualche libro di management che non conosco?”</p>
<p>“Non è il mio genere di letture. Comunque, vorrei che mi promettesse che prenderà seriamente in considerazione la mia richiesta.”</p>
<p>Pensai al fidanzato che lavorava a Scotland Yard: se avessi promesso senza mantenere, sarei stato oggetto di una rappresaglia? Che le avesse insegnato qualche tecnica d’avanguardia, con cui ottenere risultati altrimenti impossibili?</p>
<p>“Posso raccontarle tutto, anche se non manterrà la promessa. Ma non sono sicura che otterrà un risultato, se non applicherà ciò che le sto insegnando.”</p>
<p>“La famosa ‘tecnica di ringiovanimento’?”</p>
<p>“Proprio questo.”</p>
<p>“Ma non sarà sufficiente conoscerla solo in teoria: leggerla e non praticarla?!”</p>
<p>“Forse. In effetti, è grazie ad alcuni fogli di carta che è arrivata a chi me l’ha insegnata.”</p>
<p>Fui contento che non mi stesse forzando a prendere decisioni al di là delle mie possibilità e dei miei principi. Ma, in fondo, devo confessare che rintracciavo anche un qualche interesse personale in questa storia, giacché sognavo di utilizzare il mio potenziale in modo differente. Dopo che le ebbi promesso di fare tutto il possibile per esaudire la sua richiesta, Athena cominciò a parlare di una danza esoterica alla ricerca di un certo Vertice – o Asse, ora non ricordo bene. A mano a mano che la nostra conversazione proseguiva, io cercavo di valutare in maniera oggettiva le sue riflessioni allucinate. Un’ora non fu sufficiente, sicché le chiesi di tornare l’indomani. Preparammo insieme la relazione da presentare alla direzione della banca. A un certo punto del lavoro, lei mi disse, sorridendo:</p>
<p>“Non abbia timore di scrivere qualcosa che si avvicina sensibilmente a ciò di cui stiamo parlando. Anche la direzione di una banca è costituita da persone come noi – gente in carne e ossa – che saranno interessatissime a una procedura non convenzionale.”</p>
<p>Su questo, Athena era completamente in errore: in Inghilterra, le tradizioni hanno sempre una forza maggiore rispetto alle innovazioni. Ma che costava rischiare un po’, purché ciò non mettesse in pericolo il mio impiego? Poiché la faccenda mi sembrava del tutto assurda, era necessario riassumerla e presentarla in una forma che tutti potessero comprendere. Sì, bastava questo.</p>
<p>Prima del mio intervento alla convention di Barcellona, per tutta la mattina mi ripetei: “Il ‘mio’ procedimento sta dando dei risultati, e questa è l’unica cosa che importa.” In precedenza avevo letto alcuni manuali, scoprendo che per presentare un’idea nuova con il massimo impatto possibile bisogna strutturare un discorso che provochi l’uditorio. Ecco perché la prima cosa che dissi ai dirigenti della società riuniti in un lussuoso albergo fu una frase di San Paolo: “Dio nascose le cose più importanti ai saggi, perché essi non riescono a capire ciò che è semplice, e decise di rivelarle ai semplici di cuore” (N.d.R.: è impossibile sapere se si riferisca specificamente a una citazione dell’evangelista Matteo [11, 25] che dice: “Rendo grazie a Te, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai celato queste cose ai saggi e le hai rivelate ai piccoli”, oppure a una frase di Paolo [Cor. 1, 27]: “Ma Dio scelse le cose folli di questo mondo per confondere quelle sagge; e Dio scelse le cose deboli di questo mondo per confondere quelle forti”).</p>
<p>Quando pronunciai questa frase, tutti i presenti, che avevano passato due giorni ad analizzare grafici e statistiche, ammutolirono. Pensai di aver perso il lavoro, ma decisi di continuare. Primo, perché avevo compiuto alcune ricerche sull’argomento, ero sicuro di quello che dicevo e, di conseguenza, meritavo un certo credito. Secondo, perché, anche se in taluni passi ero costretto a omettere l’enorme influenza di Athena nell’intero processo, non stavo mentendo.</p>
<p>“Ho scoperto che, per motivare i dipendenti, oggigiorno è necessario qualcosa di più dell’ottimo addestramento impartito nei nostri centri di formazione. Ciascuno di noi possiede una parte sconosciuta che, quando si rivela, è in grado di compiere miracoli.</p>
<p>“Tutti noi lavoriamo per un motivo: nutrire i figli, guadagnare il denaro per mantenersi, giustificare la propria vita, ottenere un certo potere. Tuttavia questo percorso presenta alcune fasi noiose: ecco, il segreto consiste proprio nel trasformare questi periodi in un incontro con se stessi, o con una presenza più elevata.</p>
<p>“Per esempio, non sempre la ricerca della bellezza è associata alla praticità, eppure noi la perseguiamo come se si trattasse della cosa più importante del mondo. Gli uccelli imparano a cantare, ma il canto non li aiuterà a procurarsi il cibo, a evitare i predatori o ad allontanare i parassiti. Gli uccelli cantano perché, secondo Darwin, soltanto in questo modo riescono ad attirare il partner e a perpetuare la specie.”</p>
<p>Fui interrotto da un dirigente di Ginevra, che reclamò una trattazione più oggettiva. Ma il direttore generale mi incoraggiò a proseguire, e questo mi entusiasmò.</p>
<p>“Sempre secondo Darwin, autore di un testo che ha cambiato il corso dell’umanità (N.d.R.: L’origine delle specie, 1871, in cui dimostra che l’uomo è un’evoluzione naturale di un tipo di scimmia), coloro che riescono a risvegliare delle passioni non fanno che ripetere qualcosa che accade fin dai tempi delle caverne, allorché i riti del corteggiamento erano fondamentali perché la specie umana potesse sopravvivere ed evolversi. Ma esiste una qualche differenza tra l’evoluzione dell’uomo e quella di un’agenzia bancaria? Nessuna. Entrambe obbediscono alle medesime leggi: una di esse recita che solo i più capaci sopravvivono e si sviluppano.”</p>
<p>A quel punto, fui costretto ad accennare al fatto che avevo elaborato queste idee grazie alla collaborazione spontanea di una delle mie impiegate, Sherine Khalil.</p>
<p>“Sherine, che ama farsi chiamare Athena, ha determinato un nuovo tipo di comportamento sul posto di lavoro: la passione. Proprio così, la passione – qualcosa che non si prende mai in considerazione quando si parla di prestiti o diagrammi di spesa. I miei impiegati hanno cominciato a utilizzare la musica come uno stimolo per servire meglio i clienti.”</p>
<p>Un altro dirigente mi interruppe: disse che si trattava di un’idea vecchia – era la strategia usata dai supermercati, che si servivano di melodie per indurre il cliente ad acquistare.</p>
<p>“Non ho detto che è stata introdotta la musica negli ambienti dell’agenzia. Gli impiegati hanno cominciato a vivere in maniera diversa perché Sherine – o Athena, se preferite – ha insegnato loro a danzare prima di affrontare il lavoro quotidiano. Non so esattamente quale sia il meccanismo che si attivi nelle persone: come direttore, sono responsabile soltanto dei risultati – di certo, non del processo. Io non ho danzato. Tuttavia ho capito che, attraverso quel tipo di pratica, tutti si identificavano maggiormente con le loro mansioni.</p>
<p>“Noi nasciamo, cresciamo e veniamo educati secondo la massima: ‘Il tempo è denaro.’ Sappiamo esattamente che cos’è il denaro, ma qual è il significato della parola ‘tempo’? Il giorno comprende ventiquattro ore – e un’infinità di momenti. Dobbiamo avere coscienza di ogni minuto, saper approfittare di esso per quello che stiamo facendo oppure per immergerci nella contemplazione della vita. Se rallentiamo, tutto dura più a lungo – sì, anche il lavaggio dei piatti, o la somma degli attivi e dei passivi, o la compilazione dei rapporti di credito, o il conteggio delle cambiali… Ma perché non usarlo per pensare a cose gradevoli, per gioire del fatto di essere vivi?”</p>
<p>L’amministratore delegato mi guardava stupito. Sono sicuro che desiderava che continuassi a spiegare dettagliatamente ciò che avevo appreso, ma alcuni dei presenti cominciavano a mostrarsi insofferenti.</p>
<p>“Capisco perfettamente quello che vuole dire,” commentò l’amministratore delegato. “I suoi impiegati hanno cominciato a svolgere il lavoro con maggior entusiasmo perché disponevano di alcuni momenti della giornata per entrare in contatto con il proprio intimo. Vorrei complimentarmi con lei per essere stato così flessibile da consentire l’applicazione di insegnamenti non ortodossi – che, comunque, stanno dando risultati eccellenti.</p>
<p>“Ma poiché ci troviamo in una convention e stiamo parlando del valore del tempo, voglio ricordarle che ha solo cinque minuti per concludere il suo intervento. È in grado di elaborare una lista dei punti fondamentali che ci consenta di applicare questi principi anche in altre agenzie?”</p>
<p>Una richiesta giustificata. Che si sarebbe potuta rivelare positiva per il lavoro, ma fatale per la mia carriera. Fu così che decisi di riassumere quello che avevo scritto con Athena.</p>
<p>“Basandomi su alcune osservazioni personali, ho elaborato alcuni punti insieme a Sherine Khalil: con grande piacere, ne discuterò con chiunque sia interessato. Ecco quelli principali:</p>
<p>“A] Tutti noi possediamo un talento sconosciuto, che rimarrà tale per sempre. Comunque, può diventare un nostro alleato. Poiché è impossibile misurarlo o attribuirgli un valore economico, quel talento non viene mai preso in considerazione. Ma ora mi sto rivolgendo a persone attente, e sono sicuro che ciascuno di voi comprenderà il senso delle mie parole – perlomeno in teoria.</p>
<p>“B] Nella mia agenzia, questo talento è stato attivato attraverso una danza basata su un ritmo che – se non m’inganno – proviene dai deserti dell’Asia: comunque, il suo luogo d’origine è irrilevante. L’importanza risiede nel fatto che le persone possono esprimere con il proprio corpo ciò che l’anima intende comunicare. So che la parola ‘anima’ può essere male interpretata in questa sede, quindi vi suggerisco di sostituirla con ‘intuizione’. E se anche questo vocabolo risultasse difficilmente accettabile, vi consiglio di usare l’espressione ‘emozioni primarie’, che possiede una connotazione più scientifica, anche se ha un significato riduttivo rispetto ai termini precedenti.</p>
<p>“C] Ho esortato i miei impiegati a danzare almeno un’ora prima di venire al lavoro, magari sostituendo con questa pratica la ginnastica o gli esercizi di aerobica. È qualcosa che stimola il corpo e la mente: in tal modo, tutti iniziano la giornata imponendo a se stessi la creatività; poi usano le energie accumulate per lo svolgimento delle loro mansioni in agenzia.</p>
<p>“D] I clienti e gli impiegati vivono nel medesimo mondo: la realtà non è altro che una serie di stimoli elettrici nel nostro cervello. Quello che si pensa di ‘vedere’ è solo una scarica di energia in una zona completamente oscura della testa. Di conseguenza, quando si entra in sintonia con ciò che ci circonda, si può tentare di modificare la realtà. In qualche modo per me incomprensibile, la gioia è contagiosa, al pari dell’entusiasmo e dell’amore. O come la tristezza, la depressione e l’odio – sentimenti che possono essere percepiti ‘intuitivamente’ dai clienti e da altri impiegati. Per migliorare il profitto è indispensabile creare dei meccanismi che rendano sempre disponibili questi stimoli positivi.”</p>
<p>“Molto esoterico” fu il commento di una donna, la responsabile dei fondi azionari di un’agenzia canadese.</p>
<p>Persi un po’ della mia compostezza – non ero riuscito a convincere nessuno. Finsi di ignorare il suo commento e, utilizzando la creatività, azzardai una conclusione tecnica:</p>
<p>“La banca dovrebbe destinare una certa somma per la ricerca sulla maniera in cui si propaga quel ‘contagio’, si rivela quel talento: in tal modo, si otterrebbero profitti decisamente superiori.”</p>
<p>Quel finale mi sembrò abbastanza soddisfacente, e così preferii non utilizzare i due minuti che ancora mi restavano. Al termine della convention, dopo una giornata estenuante, l’amministratore delegato mi invitò a cena – lo fece davanti a tutti, come se volesse dimostrare che appoggiava le mie affermazioni. Poiché era la prima volta che avevo una grande opportunità, cercai di approfittarne. Cominciai a parlare di adempimenti, diagrammi, difficoltà nelle operazioni di Borsa, nuovi mercati. Ma lui m’interruppe: era più interessato a conoscere ciò che avevo appreso da Athena.</p>
<p>Alla fine, con mia grande sorpresa, spostò la conversazione su argomenti personali.</p>
<p>“So a che cosa si stava riferendo nel suo intervento, quando ha accennato al tempo. All’inizio di quest’anno, mentre mi stavo godendo le ferie, decisi di sedermi nel giardino di casa mia. Recuperai il giornale dalla cassetta della posta: niente di importante, soltanto le notizie che, secondo i giornalisti, dobbiamo conoscere e seguire, e sulle quali ci è richiesto di prendere posizione.</p>
<p>“Mi balenò l’idea di telefonare a qualcuno del mio staff, ma sarebbe stata un’assurdità: tutti erano con la famiglia. A mezzogiorno, pranzai con mia moglie, i figli e i nipoti. Schiacciai un pisolino; poi, quando mi svegliai, presi alcuni appunti. All’improvviso, mi resi conto che erano soltanto le due del pomeriggio. Avevo davanti altri tre giorni senza lavoro e, per quanto amassi molto stare in famiglia, cominciai a sentirmi inutile.</p>
<p>“Approfittando del tempo libero, l’indomani mi sottoposi a un check-up dell’apparato digerente che, per fortuna, non evidenziò nulla di grave. Andai dal dentista: nessun problema nemmeno in bocca. Pranzai di nuovo con mia moglie, i figli e i nipoti. Come il giorno precedente, riposai e mi svegliai alle due, prendendo coscienza che non avevo assolutamente niente su cui concentrare la mia attenzione.</p>
<p>“Ne fui spaventato: non avrei dovuto fare qualcosa? Se si vuole trovare un modo per occupare il tempo, non servono molti sforzi – ci sono sempre progetti da sviluppare, lampadine da sostituire, foglie secche da spazzare, libri da riordinare, file del computer da sistemare ecc. Ma come affrontare il vuoto totale? Fu in quel momento che mi ricordai di qualcosa che reputai estremamente importante: dovevo andare alla buca delle lettere – che si trova a un chilometro dalla mia casa di campagna – per imbucare alcuni biglietti di auguri che avevo dimenticato sul tavolo.</p>
<p>“Rimasi sorpreso: perché devo spedire questi biglietti oggi? È forse impossibile rimanere senza far niente?</p>
<p>“Una serie di pensieri mi affollò la mente: amici che si preoccupano per cose non ancora accadute, conoscenti che sanno riempire ogni minuto della propria vita con incombenze che mi sembrano assurde, conversazioni senza senso, telefonate che non comunicano niente di rilevante. Ho visto i miei direttori inventarsi del lavoro per giustificare le proprie cariche; impiegati assaliti dalla paura perché quel giorno non hanno niente di importante da fare, e questo potrebbe significare che non sono più utili all’azienda. Mia moglie si rode perché mio figlio ha divorziato; mio figlio si tortura perché mio nipote ha preso dei voti bassi a scuola; mio nipote si angoscia perché rattrista i genitori – anche se sappiamo tutti che i voti scarsi non sono particolarmente gravi.</p>
<p>“Intrapresi una lunga e ardua lotta con me stesso per non alzarmi dal posto in cui mi trovavo. A poco a poco, l’ansia cedette il passo alla contemplazione, e mi parve di udire la mia anima – o ‘intuizione’, o ‘emozioni primarie’, a seconda di quello in cui si crede. In qualsiasi caso, questa parte di me aveva una voglia tremenda di conversare, ma io ero sempre occupato.</p>
<p>“In questo frangente non fu la danza, bensì la completa assenza di rumore e di movimento – il silenzio – che mi permise di entrare in contatto con me stesso. E, mi creda, ho appreso moltissime cose sui problemi che mi assillavano – anche se, mentre me ne stavo seduto lì, quei crucci si erano allontanati. Non vidi Dio, no, ma realizzai più chiaramente le decisioni da prendere.”</p>
<p>Prima di pagare il conto, mi suggerì di mandare quell’impiegata a Dubai: la banca stava aprendo una nuova filiale laggiù, e si dovevano affrontare grandi sfide. Da grande dirigente, sapeva che avevo già imparato tutto ciò che serviva, e ora si trattava soltanto di garantire una certa continuità – l’impiegata sarebbe potuta essere più utile altrove. Senza saperlo, mi stava aiutando a mantenere la promessa che avevo fatto.</p>
<p>Quando tornai a Londra, comunicai immediatamente ad Athena la possibilità del trasferimento. Accettò all’istante: disse che parlava arabo piuttosto bene (lo sapevo, per via delle origini di suo padre). Comunque, noi non intendevamo concludere affari con gli arabi, bensì con gli stranieri. La ringraziai per l’aiuto che mi aveva dato nella preparazione dell’intervento, ma lei non dimostrò alcuna curiosità riguardo alla convention: si limitò a domandami quando doveva preparare le valigie.</p>
<p>Ancora oggi non so se la storia del fidanzato di Scotland Yard fosse soltanto una fantasia. Penso che, se avesse avuto un fondamento di verità, l’assassino di Athena sarebbe già in galera – perché non credo a una parola di quello che i giornali raccontarono a proposito del delitto. Insomma, posso intendermene di ingegneria finanziaria, posso persino concedermi il lusso di dire che la danza aiuta gli impiegati di banca a lavorare meglio, ma non riuscirò mai a comprendere perché la migliore polizia del mondo arresta alcuni assassini e ne lascia in libertà altri.</p>
<p>Questo, comunque, ormai non fa più differenza.</p>
<p><em> Il prossimo capitolo sarà on-line: <strong>02.05.07</strong></em></p>
<p><em><strong>“Cari lettori, poiché non parlo la vostra lingua, ho chiesto alla casa editrice di tradurre i vostri commenti. Le vostre considerazioni sul mio nuovo romanzo sono molto importanti per me.”</strong></em></p>
<p><em><strong>Con affetto, Paulo Coelho</strong></em></p>
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		<title>Nono Capitolo</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2007 07:15:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paulo Coelho</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Witch of Portobello]]></category>

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		<description><![CDATA[ Pavel Podbielski, 57 anni, proprietario dell’appartamento 
Athena e io avevamo una cosa in comune: il fatto che tutt’e due fossimo profughi di guerra arrivati in Inghilterra ancora bambini, sebbene la mia fuga dalla Polonia fosse avvenuta più di cinquant’anni prima. Entrambi sapevamo che, malgrado vi sia sempre un cambiamento fisico, anche nell’esilio le tradizioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> Pavel Podbielski, 57 anni, proprietario dell’appartamento </strong></p>
<p>Athena e io avevamo una cosa in comune: il fatto che tutt’e due fossimo profughi di guerra arrivati in Inghilterra ancora bambini, sebbene la mia fuga dalla Polonia fosse avvenuta più di cinquant’anni prima. Entrambi sapevamo che, malgrado vi sia sempre un cambiamento fisico, anche nell’esilio le tradizioni permangono, le comunità tornano a riunirsi: la lingua e la religione sono mantenute vive, le persone tendono a proteggersi reciprocamente in un ambiente che sarà sempre straniero.</p>
<p>Allo stesso modo in cui le tradizioni persistono, a poco a poco svanisce il desiderio di tornare. Comunque, esso deve rimanere vivo nei nostri cuori, alla stregua di una speranza con la quale amiamo ingannarci – una soluzione che, in nessun caso, diverrà realtà: io non tornerei mai a vivere a Cz¸estochowa, lei e la sua famiglia non sarebbero mai tornati a Beirut.</p>
<p>Fu per una certa solidarietà che le affittai il terzo piano della mia casa in Basset Road – altrimenti avrei preferito degli inquilini che non avessero bambini. Avevo già commesso un simile errore in precedenza, ed erano sempre successe due cose: io mi lamentavo del chiasso che loro facevano durante il giorno, e loro si lagnavano del rumore che io facevo durante la notte. Sia il pianto che la musica affondano le loro radici in alcuni elementi sacri ma, poiché appartengono a due mondi completamente diversi, è difficile che uno tolleri l’altra.</p>
<p>Io le parlai francamente, ma lei non diede importanza ai miei avvertimenti. Mi disse che, per quanto riguardava il figlio, potevo stare tranquillo: passava l’intera giornata a casa della nonna. Inoltre, quell’appartamento aveva il vantaggio di essere vicino al suo lavoro, una banca nei dintorni.</p>
<p>Nonostante le mie parole, nonostante che all’inizio avesse eroicamente resistito, otto giorni dopo squillò il campanello della mia porta. Era lei, con il bambino in braccio.</p>
<p>“Mio figlio non riesce a dormire. È possibile abbassare la musica, solo per oggi…”</p>
<p>Tutti in sala la guardarono.</p>
<p>“Che cosa c’è?”</p>
<p>Il bambino che le si stringeva al collo smise immediatamente di piangere, quasi fosse altrettanto sorpreso della madre nel vedere quel gruppo di persone che, improvvisamente, aveva interrotto la danza.</p>
<p>Premetti il pulsante di pausa sul mangianastri, le rivolsi un cenno con la mano affinché entrasse e, subito dopo, rimisi in funzione il registratore, in modo da non turbare il rituale. Athena si sedette in un angolo della sala, cullando fra le braccia il bambino, che si addormentò tranquillamente nonostante il rumore del tamburo e dei cimbali. Assistette a tutta la cerimonia e se ne andò insieme agli altri invitati; come mi era facile immaginare, risuonò il mio campanello l’indomani mattina, prima di andare al lavoro.</p>
<p>“Non c’è alcun bisogno di spiegami ciò che ho visto: gente che danza con gli occhi chiusi. So perfettamente cosa significa, perché spesso lo faccio anch’io: sono gli unici momenti di pace e di serenità della mia vita. Prima della maternità, frequentavo alcuni locali con mio marito e i miei amici: lì c’erano persone che danzavano con gli occhi chiusi, alcune per impressionare gli astanti, altre come se fossero pervase da una forza più grande, più potente. E, da quando sono conscia del mio essere, ho trovato nella danza un modo per entrare in contatto con qualcosa di più forte, di più potente di me. Comunque, vorrei sapere che musica è questa.”</p>
<p>“Che fai domenica prossima?”</p>
<p>“Niente di particolare. Andrò con Viorel a Regent’s Park, a respirare un po’ d’aria pura. Più avanti, avrò molto tempo per occuparmi di me stessa: in questo momento della vita, devo seguire i ritmi di mio figlio.”</p>
<p>“Allora verrò con te.”</p>
<p>Nei due giorni precedenti alla nostra passeggiata, Athena venne ad assistere al rituale. Il bambino si addormentava dopo qualche minuto, e lei si limitava a osservare in silenzio il movimento nella sala. Benché rimanesse immobile sul divano, ero sicuro che la sua anima danzasse.</p>
<p>La domenica pomeriggio, mentre passeggiavamo nel parco, le chiesi di prestare attenzione a tutto ciò che vedeva e udiva: le foglie che stormivano nel vento, le onde che increspavano l’acqua del laghetto, gli uccelli che cantavano, i cani che abbaiavano, i bambini che gridavano e correvano ora di qui ora di là, come se obbedissero a una strana logica, incomprensibile per gli adulti.</p>
<p>“Tutto si muove. E lo fa con un ritmo. E tutto ciò che si muove con un ritmo provoca un suono: è qualcosa che accade qui e in ogni altro luogo del mondo in questo preciso momento. Anche i nostri antenati notarono ciò, quando cercavano di sfuggire al freddo nelle caverne: le cose si muovevano e facevano rumore.</p>
<p>“Di fronte a questo, i primi esseri umani forse provarono sgomento, che subito dopo si trasformò in devozione: avevano capito che quello era il modo con il quale un’Entità Superiore comunicava con loro. Cominciarono a imitare i rumori e i movimenti nella speranza di entrare in contratto con l’Entità: nacquero così la danza e la musica. Pochi giorni fa mi hai detto che, danzando, riesci a comunicare con qualcosa di più potente di te.”</p>
<p>“Quando danzo, sono una donna libera. O, per meglio dire, uno spirito libero, in grado di viaggiare nell’universo, guardare il presente, divinare il futuro e trasformarsi in pura energia. E questo mi procura un piacere immenso, una gioia che è ben superiore a quella delle cose che ho già sperimentato e che – sono sicura – non mi troverò a vivere nel corso della mia esistenza.</p>
<p>“In un certo periodo della mia vita, ero determinata a diventare una santa, lodando Dio attraverso la musica e i movimenti del corpo. Ma la reputo una strada definitivamente chiusa per me.”</p>
<p>“Quale strada?”</p>
<p>Athena sistemò il bambino nel passeggino. Capii che non voleva rispondere alla domanda, ma insistetti: le bocche si chiudono quando si sta per dire qualcosa di importante.</p>
<p>Senza mostrare alcuna emozione, come se dovesse sopportare sempre in silenzio ciò che la vita le imponeva, mi raccontò l’episodio della chiesa, allorché il prete – forse il suo unico amico – le aveva rifiutato l’Eucaristia. Mi disse della maledizione che aveva lanciato in quel momento, abbandonando per sempre la Chiesa Cattolica.</p>
<p>“Santo è colui che onora la propria vita,” spiegai. “È sufficiente capire che tutti noi ci troviamo qui per una ragione precisa, e dobbiamo impegnarci per essa. In tal modo, potremo ridere delle nostre grandi o piccole sofferenze e affrontare il cammino senza paura, consapevoli che ogni passo ha un suo senso. Potremo lasciarci guidare dalla luce che promana dal Vertice.”</p>
<p>“Che cos’è il Vertice? In matematica è il punto superiore di un triangolo.”</p>
<p>“Pure nella vita è il punto culminante, la meta di coloro che – come ogni essere umano – commettono degli errori, ma che non perdono di vista la luce che si diffonde dal proprio cuore anche nei momenti più difficili. È ciò che cerchiamo di fare nel nostro gruppo. Il Vertice è nascosto nell’intimo, e noi possiamo raggiungerlo se siamo disposti ad accettarlo e riconosciamo la sua luce.”</p>
<p>Le spiegai che la danza cui aveva assistito nei giorni precedenti, eseguita da individui di ogni età (allora eravamo un gruppo di dieci persone, tra i diciannove e i sessantacinque anni), era stata da me battezzata “La ricerca del Vertice”. Athena mi domandò dove l’avessi scoperta.</p>
<p>Le raccontai così che, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, una parte della mia famiglia era riuscita a sfuggire al regime comunista che si stava instaurando in Polonia e aveva scelto di trasferirsi in Inghilterra. Qualcuno aveva sentito dire che, tra le cose che si dovevano portar via, c’erano oggetti d’arte e libri antichi, molto apprezzati in quel lembo di mondo.</p>
<p>Infatti, quadri e sculture vennero venduti quasi subito, mentre i libri rimasero in un angolo, a coprirsi di polvere. Poiché mia madre voleva che leggessi e parlassi il polacco, servirono per la mia istruzione. Un giorno, in un’edizione di Thomas Malthus del XIX secolo, scoprii due fogli con alcuni appunti di mio nonno, morto in un campo di concentramento. Iniziai a leggere, convinto che si trattasse di indicazioni sull’eredità, o di appassionate lettere a qualche amante segreta, giacché si raccontava che si era innamorato di una donna in Russia.</p>
<p>In effetti, esisteva un qualche rapporto tra ciò che si diceva e la realtà. Nel resoconto di un viaggio in Siberia durante la rivoluzione comunista, affermava di essersi innamorato di un’attrice nel remoto villaggio di Diedov (N.d.R.: è stato impossibile localizzare il villaggio sulla carta geografica: o il nome è stato intenzionalmente cambiato, oppure il luogo è scomparso dopo le migrazioni forzate imposte da Stalin). Secondo il nonno, la donna apparteneva a una sorta di setta, che riteneva di trovare in un certo tipo di danza il rimedio a ogni male, poiché attraverso di essa si entra in contatto con la luce del Vertice.</p>
<p>Laggiù, tutti avevano il timore che quella tradizione potesse scomparire: infatti, gli abitanti avrebbero dovuto trasferirsi altrove, e quel luogo sarebbe stato utilizzato per test nucleari. Sia l’attrice sia i suoi amici pregarono mio nonno di trascrivere tutto ciò che avevano appreso. Lo fece – ma senza dare alla faccenda una particolare importanza, poiché dimenticò gli appunti in un libro, dove rimasero fino al giorno in cui li trovai.</p>
<p>Athena mi interruppe:</p>
<p>“Ma non si può scrivere sulla danza. Bisogna solo danzare.”</p>
<p>“Esatto. In sostanza, gli appunti dicevano solo questo: danzare fino all’esaurimento, come se fossimo degli alpinisti che salgono su questa collina, su questa sacra montagna. Danzare fino a quando, attraverso il respiro ansimante, il nostro organismo riceva ossigeno in maniera inusuale – e questo finisce per farci perdere la nostra identità, il nostro rapporto con lo spazio e con il tempo. Danzare soltanto al suono di strumenti a percussione, ripetere l’esercizio ogni giorno, aver coscienza che, a un dato momento, gli occhi si chiudono naturalmente – e noi cominciamo a scorgere una luce proveniente dall’intimo, che risponde alle nostre domande, che sviluppa i nostri poteri nascosti.”</p>
<p>“Hai sviluppato qualche potere, tu?”</p>
<p>Anziché rispondere, le suggerii di unirsi al gruppo, visto che il bambino mostrava sempre di essere a proprio agio, anche quando il suono dei cimbali e dei tamburi era molto forte. L’indomani, poco prima dell’inizio della seduta, Athena era lì. La presentai ai compagni, spiegando soltanto che si trattava della vicina dell’appartamento di sopra: nessuno disse alcunché riguardo alla propria vita, né domandò a lei che cosa faceva. All’ora stabilita, feci partire la musica e cominciammo a danzare.</p>
<p>Athena mosse i primi passi con il bambino in braccio. Il piccolo si addormentò quasi subito, e lei lo sistemò sul divano. Prima di chiudere gli occhi e scivolare nella trance, mi accorsi che aveva compreso il cammino del Vertice.</p>
<p>Tutti i giorni tranne la domenica, Athena era lì con il bambino. Scambiavamo solo qualche parola di saluto: io facevo partire la musica che un amico mi aveva portato dalle steppe russe, e tutti danzavamo fino a essere esausti. Dopo un mese, mi chiese una copia della cassetta.</p>
<p>“Vorrei danzare anche al mattino, prima di lasciare Viorel da mia madre e andare al lavoro.”</p>
<p>Io ero riluttante.</p>
<p>“Innanzitutto, penso che un gruppo, unito dalla medesima energia, arrivi a creare una sorta di aura, facilitando la trance di ciascun componente. Inoltre, danzare prima di andare al lavoro significa predisporsi al licenziamento, perché saresti stanca per l’intera giornata.”</p>
<p>Athena ci pensò sopra, ma poi replicò:</p>
<p>“Hai ragione quando parli di energia collettiva. Ho notato che nel tuo gruppo ci sono quattro coppie e la tua donna. Tutti – assolutamente tutti – hanno trovato l’amore. Perciò possono condividere una vibrazione positiva.</p>
<p>“Ma io sono sola. O meglio, ho mio figlio, ma il suo amore non può ancora manifestarsi in modo da venir inteso da tutti. E allora preferisco accettare la mia solitudine: se cercassi di fuggirla, non incontrerei mai più un compagno. Se anziché lottare contro di essa l’accetterò, forse le cose cambieranno. Ho capito che la solitudine si rivela più forte quando si tenta di contrastarla – ma s’indebolisce quando viene ignorata.”</p>
<p>“Ti sei unita al nostro gruppo in cerca dell’amore?”</p>
<p>“Anche se penso che sarebbe un buon motivo, la risposta è ‘no’. Sono entrata in cerca di un senso per la mia vita, la cui unica ragione è mio figlio. A un certo punto, ho temuto di poter distruggere Viorel, magari con una protezione esagerata, o con la proiezione dei sogni che non sono riuscita a realizzare su di lui. Qualche giorno fa, mentre danzavo, mi sono sentita guarita. Se avessi avuto un problema fisico, potrebbe essere definito un miracolo. Ma si trattava di qualcosa di spirituale, che mi disturbava… Di certo, all’improvviso è svanito.”</p>
<p>Sapevo perfettamente di cosa stava parlando.</p>
<p>“Nessuno mi ha insegnato a danzare al suono di questa musica,” proseguì Athena. “Tuttavia penso di sapere quello che sto facendo.”</p>
<p>“Non è necessario imparare. Ricordati della nostra passeggiata nel parco e di ciò che abbiamo visto: è la natura che crea il ritmo e si adatta a ciascun momento.”</p>
<p>“Nessuno mi ha insegnato ad amare. Eppure io ho amato mio marito, e da sempre amo Dio, mio figlio e la mia famiglia. Tuttavia mi manca qualcosa. Anche se, mentre danzo, la stanchezza cala su di me, ho l’impressione di trovarmi in uno stato di grazia, in un’estasi profonda. Io voglio che questo incanto si prolunghi durante il giorno. E che mi aiuti a trovare ciò che manca: l’amore di un uomo.</p>
<p>“Durante la danza, vedo il cuore di quest’uomo, anche se non riesco a scorgerne il viso. Sento che è vicino, e perciò devo essere vigile. Devo danzare al mattino, così da poter passare il resto della giornata prestando attenzione a tutto ciò che accade intorno a me.”</p>
<p>“Sai che cosa vuol dire la parola ‘estasi’? Viene dal greco e significa ‘uscire da se stessi’. Passare l’intera giornata fuori da se stessi è chiedere troppo al corpo e all’anima.”</p>
<p>“Io tenterò.”</p>
<p>Quando mi resi conto che era inutile discutere, le feci una copia del nastro. A partire da allora, tutti i giorni io mi svegliavo con quel suono al piano superiore: udivo i suoi passi e mi domandavo come riuscisse ad affrontare il lavoro in una banca dopo quasi un’ora di trance. In uno dei nostri incontri casuali sulle scale, la invitai a prendere un caffè. Athena mi raccontò che aveva fatto alcune copie del nastro e che, adesso, anche molti dei suoi colleghi erano alla ricerca del Vertice.</p>
<p>“Ho sbagliato? Era un segreto?”</p>
<p>Certamente no: anzi, mi stava aiutando a preservare una tradizione quasi perduta. Negli appunti di mio nonno, una donna raccontava che un monaco in visita nella regione aveva affermato che, in noi, sono presenti tutti i nostri antenati e tutte le generazioni future. Danzando e liberandoci, facevamo la stessa cosa con l’umanità.</p>
<p>“Dunque, le donne e gli uomini di quel villaggio della Siberia sono tutti presenti – e felici. Grazie a tuo nonno, la loro ‘opera’ sta rinascendo in questo mondo. Ma vorrei una spiegazione: perché hai deciso di danzare dopo aver letto quel testo? Se ti fosse capitato tra le mani qualcosa sullo sport, avresti deciso di fare il calciatore?”</p>
<p>Era una domanda che non mi rivolgeva nessuno.</p>
<p>“Perché all’epoca ero malato. Soffrivo di una rara forma di artrite, e i medici dicevano che dovevo prepararmi a restare immobilizzato su una sedia a rotelle a trentacinque anni. Mi resi conto allora che avevo poco tempo a disposizione, e così decisi di dedicarmi a tutto ciò che non avrei potuto fare in seguito. Su quei piccoli fogli di carta, mio nonno aveva scritto che gli abitanti di Diedov credevano nei poteri curativi della trance.”</p>
<p>“A quanto pare, avevano ragione.”</p>
<p>Io non replicai, ma non era proprio così. Forse i medici si erano sbagliati. Forse il fatto di essere un immigrato che non si poteva concedere il lusso di ammalarsi, avrà agito sul mio inconscio con una forza tale da provocare una reazione naturale dell’organismo. O forse sarà stato davvero un miracolo, la qual cosa contrasterebbe decisamente con gli insegnamenti della mia fede cattolica: le danze non guariscono.</p>
<p>Ricordo che, durante l’adolescenza, poiché non disponevo di una musica che ritenevo adatta, ero solito infilarmi sulla testa un cappuccio nero e immaginare che la realtà intorno a me cessasse di esistere: il mio spirito volava a Diedov, raggiungeva quelle donne e quegli uomini, mio nonno e l’attrice che aveva tanto amato. Nel silenzio della stanza li pregavo affinché mi insegnassero a danzare, a spingermi oltre i miei limiti, perché ben presto sarei stato paralizzato per sempre. Quanto più il mio corpo si muoveva, tanto più la luce del mio cuore si rivelava, e io apprendevo – forse attraverso me stesso, forse attraverso i fantasmi del passato. Giunsi al punto di immaginare la musica che ascoltavano durante i rituali e, quando un amico si recò in Siberia, molti anni dopo, gli chiesi di portarmi alcuni dischi: con mia grande sorpresa, uno conteneva una musica assai simile a quella che, secondo me, accompagnava la danza di Diedov.</p>
<p>Comunque, meglio non dire niente ad Athena: si trattava di una persona facilmente influenzabile, con un temperamento abbastanza instabile – così mi sembrava.</p>
<p>“Forse stai facendo la cosa giusta” fu il mio unico commento.</p>
<p>Ne riparlammo ancora una volta, poco prima del suo viaggio in Medio Oriente. Mi sembrò contenta, come se avesse trovato ciò che desiderava: l’amore.</p>
<p>“I miei colleghi hanno creato un gruppo: ‘I pellegrini del Vertice.’ E tutto, grazie a tuo nonno.”</p>
<p>“Grazie a te, che hai sentito il bisogno di condividere quest’esperienza con gli altri. So che stai per partire e voglio ringraziarti per aver dato una nuova dimensione a ciò che io ho fatto per anni, impegnandomi per diffondere questa luce tra le poche persone che lasciavano trasparire un interesse, ma sempre in modo timido, sempre pensando che gli altri avrebbero trovato ridicola questa storia.”</p>
<p>“Sai che cosa ho scoperto? Che, malgrado l’estasi rappresenti la capacità di estraniarsi da se stessi, la danza è una maniera di muoversi nello spazio, di innalzarsi. Di scoprire nuove dimensioni, pur continuando a essere in contatto con il proprio corpo. Con la danza, il mondo spirituale e il mondo reale coesistono senza conflitti. Penso che i ballerini classici danzino sulla punta dei piedi perché sfiorano la terra e, contemporaneamente, raggiungono i cieli.”</p>
<p>Che io ricordi, furono queste le sue ultime parole. In qualsiasi danza alla quale ci dedichiamo con gioia, la mente perde ogni potere di controllo: è il cuore ad assumere il comando del corpo. Solo in quel momento compare il Vertice.</p>
<p>Purché vi crediamo, è chiaro.<br />
<em><br />
Il prossimo capitolo sarà on-line: <strong>23.04.07</strong></em></p>
<p><em><strong>“Cari lettori, poiché non parlo la vostra lingua, ho chiesto alla casa editrice di tradurre i vostri commenti. Le vostre considerazioni sul mio nuovo romanzo sono molto importanti per me.”</strong></em></p>
<p><em><strong>Con affetto, Paulo Coelho</strong></em></p>
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		<title>Ottavo Capitolo</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2007 07:15:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paulo Coelho</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[ Padre Giancarlo Fontana 
La vidi quando entrò per la messa domenicale, tenendo il bambino fra le braccia. Ero al corrente delle difficoltà che stavano affrontando ma, fino a quella settimana, si trattava soltanto di un comune dissapore tra coniugi: speravo che venisse risolto, prima o poi, giacché entrambi erano persone che irradiavano il Bene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> Padre Giancarlo Fontana </strong></p>
<p>La vidi quando entrò per la messa domenicale, tenendo il bambino fra le braccia. Ero al corrente delle difficoltà che stavano affrontando ma, fino a quella settimana, si trattava soltanto di un comune dissapore tra coniugi: speravo che venisse risolto, prima o poi, giacché entrambi erano persone che irradiavano il Bene intorno a sé.</p>
<p>Da un anno, non veniva a suonare la chitarra e a cantare lodi alla Vergine alla mattina: si dedicava a Viorel, che ho avuto l’onore di battezzare – per quanto ricordo, non esiste alcun santo con questo nome. Comunque, lei veniva a messa ogni domenica e, alla fine, quando ormai se n’erano andati tutti, ci trattenevamo a chiacchierare. Diceva che ero il suo unico amico: insieme partecipavamo alle adorazioni del Santissimo, ma ora aveva bisogno di spartire con me le difficoltà terrene.</p>
<p>Amava Lukás più di qualsiasi altro uomo che avesse mai incontrato: era il padre di suo figlio, la persona che aveva scelto per condividere la propria vita, qualcuno che si era mostrato pronto a rinunciare a tutto e aveva avuto il coraggio di creare una famiglia. Quando cominciarono le crisi, lei tentò di fargli capire che si trattava di un periodo passeggero, che ora doveva dedicarsi al figlio, anche se non aveva alcuna intenzione di trasformarlo in un bambino viziato: presto avrebbe lasciato che affrontasse da solo certe sfide della vita. A questo punto, sarebbe tornata a essere la moglie e la donna che lui aveva conosciuto nei primi incontri, fors’anche con maggior intensità, giacché adesso era più cosciente dei doveri e delle responsabilità insite nella scelta che aveva fatto. Lukás, comunque, si sentiva respinto: Athena cercava disperatamente di dividersi fra marito e figlio, ma era sempre costretta a scegliere – e in quei momenti, senza alcun’ombra di dubbio, la scelta si appuntava su Viorel.</p>
<p>Con le mie scarse conoscenze psicologiche, le dissi che non era la prima volta che udivo una simile storia, e che gli uomini generalmente si sentono rifiutati in una situazione come quella: comunque, è qualcosa che passa in fretta – mi era già capitato di affrontare questo tipo di problema, conversando con alcuni dei miei parrocchiani. In una delle nostre chiacchierate, Athena riconobbe di essere stata forse precipitosa: il suo romanticismo di giovane madre le aveva impedito di vedere con chiarezza le sfide che si presentano dopo la nascita di un bambino. Ma era troppo tardi per i pentimenti.</p>
<p>Mi domandò se potevo parlare con Lukás – che in chiesa non si faceva vedere mai, sia perché non credeva in Dio, sia perché preferiva impiegare le mattinate della domenica per stare vicino al figlio. Io mi resi disponibile, purché fosse lui a venire spontaneamente. Quando Athena stava per chiedergli questo favore, sopraggiunse la grande crisi – e il marito se ne andò da casa.</p>
<p>Le consigliai di avere pazienza, ma mi sembrò profondamente ferita. Poiché era già stata abbandonata una volta nell’infanzia, tutto l’odio che provava per la madre naturale fu riversato automaticamente su Lukás – anche se in seguito, a quanto ho saputo, tornarono a essere buoni amici. Per Athena, spezzare i legami famigliari era forse il peccato più grave che si possa commettere.</p>
<p>Continuò a frequentare la chiesa tutte le domeniche – ma tornava subito a casa, giacché non aveva più nessuno a cui lasciare il figlio e, durante la funzione, il bambino piangeva molto, disturbando il raccoglimento degli altri fedeli. In una delle rare conversazioni, mi disse che lavorava in una banca, che aveva affittato un appartamento e che non dovevo preoccuparmi: il “padre” – non pronunciava più il nome del marito – stava rispettando i suoi obblighi finanziari.</p>
<p>Poi arrivò quella domenica fatidica.</p>
<p>Io sapevo cos’era successo durante la settimana – me l’aveva raccontato uno dei parrocchiani. Passai varie nottate pregando affinché un angelo mi ispirasse e mi chiarisse quale impegno dovevo mantenere: quello verso la Chiesa, o quello verso gli uomini. Poiché l’angelo non apparve, contattai il mio superiore: questi mi disse che la Chiesa è riuscita a sopravvivere solo perché ha sempre mostrato un’assoluta inflessibilità riguardo ai dogmi – se avesse cominciato a fare delle eccezioni, sarebbe stata perduta sin dal Medio Evo. Io sapevo esattamente ciò che sarebbe accaduto, e così pensai di telefonare ad Athena, ma non mi aveva lasciato il suo nuovo numero.</p>
<p>Quella mattina, le mie mani tremarono quando alzai l’ostia, consacrando il pane. Pronunciai le parole della formula che la tradizione millenaria mi aveva trasmesso, usando il potere che, di generazione in generazione, era disceso dagli apostoli. Ma subito il mio pensiero si volse a quella giovane con il figlio in braccio: una sorta di Vergine Maria – il miracolo della maternità e dell’amore resi ancora più evidenti nell’abbandono e nella solitudine – che era appena entrata nella fila come faceva sempre e che, passo dopo passo, si avvicinava per prendere la comunione.</p>
<p>Penso che gran parte dei fedeli presenti sapesse cosa stava accadendo: tutti mi guardavano, aspettando la mia reazione. Mi vidi circondato da giusti, peccatori, farisei, sacerdoti del Sinedrio, discepoli, uomini di buona e cattiva volontà.</p>
<p>Athena si fermò davanti a me e ripeté il gesto di sempre: chiuse gli occhi e aprì le labbra per ricevere il Corpo di Cristo.</p>
<p>Ma il Corpo di Cristo rimase fra le mie mani.</p>
<p>Lei spalancò gli occhi, senza capire cosa stava accadendo.</p>
<p>“Ne parliamo dopo,” le sussurrai.</p>
<p>Athena rimase immobile.</p>
<p>“C’è gente in fila dietro di te. Ne parliamo dopo.”</p>
<p>“Che sta succedendo?” Coloro che erano vicini poterono udire la sua domanda.</p>
<p>“Ne parliamo dopo.”</p>
<p>“Perché non mi dà la comunione? Mi sta umiliando davanti a tutti. Non è sufficiente quello che ho già passato?”</p>
<p>“Athena, la Chiesa proibisce ai divorziati l’accesso al sacramento. Tu hai firmato i documenti questa settimana. Ne parliamo dopo,” ripetei, ancora una volta.</p>
<p>Poiché non si muoveva, con un cenno invitai la persona che la seguiva ad affiancarla. Continuai a distribuire la comunione finché l’ultimo parrocchiano non l’ebbe ricevuta. Fu allora che, prima di tornare all’altare, udii quella voce.</p>
<p>Non era più la voce della giovane che cantava le lodi alla Vergine, che parlava dei suoi progetti, che si commuoveva raccontando ciò che aveva appreso sulla vita dei santi, che quasi piangeva quando si sforzava di condividere le sue difficoltà matrimoniali: era la voce di un animale ferito, umiliato, con il cuore gonfio di odio.</p>
<p>“Sia maledetto questo luogo, allora!” esclamò la voce. “E maledetti siano coloro che non hanno inteso le parole di Gesù e hanno trasformato il suo Messaggio in una costruzione di pietra. Cristo disse: ‘Che gli afflitti vengano a me, e io allevierò le loro pene.’ Ebbene, io sono afflitta, ferita, ma non mi lasciano avvicinare a Lui. Oggi, ho appreso che la Chiesa ha modificato le Sue parole: ‘Che vengano a me coloro che seguono le mie regole, e si allontanino gli afflitti!’”</p>
<p>Una delle donne in prima fila le intimò di tacere. Ma io volevo ascoltare – avevo bisogno di ascoltare. Mi voltai e rimasi immobile di fronte a lei, con il capo chino: era l’unica cosa che potevo fare.</p>
<p>“Giuro che non rimetterò mai più piede in una chiesa. Ancora una volta, sono abbandonata da una famiglia – e in questo frangente non si tratta di difficoltà finanziarie o dell’immaturità di chi si sposa troppo presto. Maledetti siano tutti coloro che chiudono la porta in faccia a una madre e un figlio! Siete uguali a quelli che non accolsero la Sacra Famiglia, identici a chi negò Cristo quando aveva maggiormente bisogno di un amico!”</p>
<p>Si voltò di scatto e, piangendo, uscì con il figlio tra le braccia. Io terminai la funzione, impartii la benedizione e mi diressi subito in sacrestia – non ci sarebbe stato alcun colloquio con i fedeli, né delle conversazioni inutili. Quella domenica, mi trovavo davanti a un dilemma filosofico: avevo scelto di obbedire all’istituzione, e non alle parole sulle quali essa si fonda.</p>
<p>Ormai sono vecchio, Dio può prendermi in qualsiasi momento. Ho sempre osservato ogni dettame della religione e penso che, nonostante tutti gli errori, la Chiesa stia sinceramente sforzandosi per correggersi. Ci vorranno decenni, forse secoli, ma un giorno terrà conto solo dell’amore e della frase di Cristo: “Che gli afflitti vengano a me, e io allevierò le loro pene.” Ho dedicato l’intera vita al sacerdozio, e non mi pento nemmeno per un secondo di questa scelta. Tuttavia, in certi momenti – in quella domenica, per esempio –, benché non avessi alcun dubbio sulla fede, ho dubitato degli uomini.</p>
<p>Ora so quello che è successo ad Athena e mi domando: tutto ha avuto inizio in quel momento, oppure era già presente nella sua anima? Penso ai molti Lukás e Athena che divorziano nel mondo e che non possono più ricevere il sacramento dell’Eucaristia: a loro non resta che contemplare il Cristo sofferente e crocifisso e ascoltare le Sue parole – che non sempre concordano con le leggi vaticane. In qualche raro caso, queste persone si allontanano dalla congregazione, ma la maggior parte continua a frequentare la messa domenicale, pur consapevole che il miracolo della transustanziazione del pane e del vino nella carne e nel sangue di Cristo le è proibito.</p>
<p>Penso che, uscendo dalla chiesa, Athena possa aver incontrato Gesù. E, piangendo, si sia gettata fra le Sue braccia, confusa, chiedendoGli di spiegarle il motivo per cui doveva restare fuori a causa di una firma apposta su un foglio di carta: una cosa priva di importanza sul piano spirituale, che riguardava solo notai e tasse.</p>
<p>E Gesù, fissandola, potrebbe aver risposto:</p>
<p>“Osserva bene, figliola, anch’io sono fuori. Da molto tempo, non mi fanno più entrare.”</p>
<p><em> Il prossimo capitolo sarà on-line: <strong>20.04.07</strong></em></p>
<p><em><strong>“Cari lettori, poiché non parlo la vostra lingua, ho chiesto alla casa editrice di tradurre i vostri commenti. Le vostre considerazioni sul mio nuovo romanzo sono molto importanti per me.”</strong></em></p>
<p><em><strong>Con affetto, Paulo Coelho</strong></em></p>
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		<title>Settimo Capitolo</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2007 07:15:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paulo Coelho</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Witch of Portobello]]></category>

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		<description><![CDATA[ Lukás Jessen-Petersen, ex marito 
Quando nacque Viorel, io avevo appena compiuto ventidue anni. Non ero più lo studente appena sposato con una ex collega di università, bensì un uomo responsabile del mantenimento della propria famiglia, con un enorme carico sulle spalle. Ovviamente, i miei genitori, che non erano neppure venuti al matrimonio, subordinarono qualsiasi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> Lukás Jessen-Petersen, ex marito </strong></p>
<p>Quando nacque Viorel, io avevo appena compiuto ventidue anni. Non ero più lo studente appena sposato con una ex collega di università, bensì un uomo responsabile del mantenimento della propria famiglia, con un enorme carico sulle spalle. Ovviamente, i miei genitori, che non erano neppure venuti al matrimonio, subordinarono qualsiasi aiuto finanziario alla separazione e alla custodia del figlio – o meglio, questa è un’affermazione di mio padre, giacché mia madre mi telefonava piangendo, dicendomi che ero matto, ma che avrebbe tanto voluto stringere fra le braccia il nipotino. Io speravo che, a mano a mano che avessero compreso il mio amore per Athena e la mia decisione di vivere accanto a lei, la loro opposizione sarebbe cessata.</p>
<p>Ma non cessava. E ora dovevo provvedere a mia moglie e a mio figlio. Chiusi con la facoltà di ingegneria. Ricevetti una telefonata di mio padre, con minacce e blandizie: affermò che, se avessi seguitato in quel comportamento, avrei finito per essere diseredato; invece, se fossi tornato all’università, avrebbe considerato la possibilità di “aiutarmi provvisoriamente” – furono queste le sue parole. Rifiutai: il romanticismo della gioventù fa assumere sempre posizioni radicali. Risposi che ero in grado di risolvere da solo i miei problemi.</p>
<p>Fino al giorno in cui nacque Viorel, Athena mi aveva portato gradualmente a capirmi meglio. E questo non era avvenuto grazie alla nostra intimità sessuale – molto timida, devo confessarlo –, ma attraverso la musica.</p>
<p>La musica è antica quanto gli esseri umani, mi spiegarono in seguito. I nostri antenati, che si muovevano di caverna in caverna, non potevano portare con sé molte cose, ma l’archeologia moderna ha dimostrato che, oltre a quel poco di cui necessitavano per procacciarsi il cibo, nel loro bagaglio c’era sempre uno strumento musicale: di solito, un tamburo. La musica non è soltanto un conforto o una distrazione, ma va ben oltre: è un’ideologia. Si possono riconoscere le persone dal tipo di musica che ascoltano.</p>
<p>Vedendo Athena danzare mentre era incinta, ascoltandola quando suonava la chitarra per tranquillizzare il bimbo e fargli capire di essere amato, io cominciai a lasciare che il suo modo di vedere il mondo contagiasse anche la mia vita. Dopo la nascita di Viorel, la prima cosa che facemmo al ritorno a casa fu quella di fargli ascoltare un adagio di Albinoni. Quando discutevamo, era la forza della musica che ci aiutava a superare i momenti difficili – non riesco ancora a stabilire un nesso logico tra una cosa e l’altra, se non pensando agli hippies.</p>
<p>Ma questo romanticismo non era sufficiente per procurarci il denaro di cui avevamo bisogno. Giacché non suonavo alcuno strumento, e non potevo nemmeno offrirmi per intrattenere i clienti in qualche bar, finii per ottenere soltanto un lavoro come tirocinante in uno studio di architettura, a fare calcoli strutturali. La paga oraria era assai bassa, sicché uscivo di casa presto e tornavo tardi. Quasi non riuscivo a vedere mio figlio – dormiva –, e non potevo neppure conversare o fare l’amore con mia moglie, che era esausta. Ogni sera, mi domandavo: “Ma quando la nostra situazione finanziaria migliorerà, e noi conquisteremo la dignità che meritiamo?” Benché fossi d’accordo con Athena quando parlava dell’inutilità di una laurea nella maggior parte delle occupazioni, nel campo dell’ingegneria – o in quello della giurisprudenza oppure della medicina, per esempio – è fondamentale possedere un bagaglio di conoscenze tecniche, altrimenti si mette a repentaglio la vita degli altri. In qualche modo, io ero stato costretto a interrompere il cammino verso una professione che avevo scelto, un sogno che reputavo molto importante.</p>
<p>Cominciarono le liti. Athena si lamentava perché, secondo lei, prestavo poca attenzione al bambino – diceva che aveva bisogno di un padre, che se fosse stato solo per avere un figlio avrebbe potuto farlo da sola, senza crearmi tanti problemi. Più di una volta, sbattei la porta di casa e me ne andai, urlandole che non mi capiva: del resto, neppure io comprendevo come avevo potuto mostrarmi d’accordo con la “follia” di avere un figlio a poco più di vent’anni, prima che disponessimo di una minima stabilità finanziaria. A poco a poco, smettemmo di fare l’amore – o per stanchezza, o perché eravamo sempre irritati l’uno con l’altra.</p>
<p>Scivolai nella depressione: pensavo di essere stato usato e manipolato dalla donna che amavo. Athena notò il mio stato d’animo sempre più strano e, anziché aiutarmi, decise di concentrare le proprie energie unicamente su Viorel e sulla musica. Il lavoro divenne la mia fuga. Di tanto in tanto, parlavo con i miei genitori, e sempre udivo quelle parole: “Lei ha voluto un figlio per riuscire a incastrarti.”</p>
<p>Nel frattempo, la sua religiosità non faceva che aumentare. Ben presto, pretese di battezzare il bambino con un nome scelto da lei – Viorel, di origine rumena. Penso che, tranne pochi immigrati, in Inghilterra nessuno si chiami Viorel – comunque, lo trovai creativo, e capii ancora una volta che lei stava facendo uno strambo collegamento con un passato che non aveva neppure vissuto: i giorni nell’orfanotrofio di Sibiu.</p>
<p>Cercavo di adattarmi a tutto, ma sentivo che stavo perdendo Athena a causa del bambino. Le nostre liti divennero più frequenti: lei cominciò a minacciare di andarsene da casa, perché riteneva che Viorel ricevesse delle “energie negative” dalle nostre discussioni. Una sera, dopo un’ennesima minaccia, fui io ad andarmene – pensavo di tornare non appena mi fossi calmato un po’.</p>
<p>Mi misi a camminare per Londra senza meta, imprecando contro la vita che avevo scelto, contro il figlio che avevo accettato, contro la donna che non sembrava più interessata alla mia presenza. Entrai nel primo bar che vidi, nei pressi di una stazione della metropolitana, e bevvi quattro whisky. Quando il locale chiuse, alle 11, raggiunsi un negozio – uno di quelli che restano aperti fino all’alba – comprai dell’altro liquore, mi sedetti sulla panchina di una piazza e continuai a bere. Fui avvicinato da un gruppo di giovani che mi chiesero di condividere il whisky: rifiutai, e loro iniziarono a picchiarmi. Arrivò la polizia: finimmo tutti al commissariato.</p>
<p>Venni rilasciato dopo aver reso la mia deposizione. Ovviamente non accusai nessuno, dichiarando che si era trattato di un litigio casuale: in caso contrario, sarei stato costretto a passare mesi della mia vita in giro per i tribunali, come vittima di un’aggressione. Stavo per uscire, quando il mio stato di ubriachezza mi fece crollare sulla scrivania di un ispettore. Questi si irritò ma, anziché arrestarmi per oltraggio a pubblico ufficiale, si limitò a cacciarmi.</p>
<p>Fuori, c’era uno dei miei aggressori, che mi ringraziò per non aver sporto denuncia. Mi fece notare che ero coperto di fango e sangue, e mi suggerì di trovare degli abiti puliti prima di tornare a casa. Invece di andarmene per la mia strada, gli chiesi di ascoltarmi: avevo un enorme bisogno di parlare.</p>
<p>Per un’ora, ascoltò in silenzio le mie lamentele. In realtà, non stavo parlando con lui, bensì con me stesso: un giovane con un’intera vita davanti, una carriera che sarebbe potuta essere assai brillante, una famiglia che aveva conoscenze sufficienti per spalancare molte porte, ma che adesso sembrava uno dei mendicanti di Hampstead (N.d.R.: quartiere di Londra) ubriaco, stanco, depresso, senza soldi. E tutto a causa di una donna, che non mi prestava neppure attenzione.</p>
<p>Alla fine del mio racconto, già riuscivo a distinguere più nitidamente la situazione in cui mi trovavo: una vita che avevo scelto io, convinto che l’amore possa salvare tutto. Ma non è vero: talvolta finisce per condurci nell’abisso, con l’aggravante che sovente trasciniamo con noi le persone care. In questo caso, stavo proprio per distruggere non solo la mia esistenza, ma anche quelle di Athena e di Viorel.</p>
<p>In quel momento, mi ripetei alcune volte che ero un uomo – e non più un ragazzo nato in una culla dorata – e che avevo affrontato con dignità tutte le sfide che mi si erano presentate davanti. Tornai a casa: Athena stava dormendo con il bimbo fra le braccia. Feci un bagno, uscii di nuovo per gettare nella spazzatura gli abiti sporchi e mi coricai, stranamente sobrio.</p>
<p>L’indomani, le dissi che volevo il divorzio. Athena mi domandò il motivo.</p>
<p>“Perché ti amo. E amo Viorel. E mi sono limitato a incolpare voi due per aver abbandonato il sogno di fare l’ingegnere. Se avessimo aspettato un po’ di tempo, le cose sarebbero state diverse, ma tu hai pensato solo ai tuoi piani, dimenticando di includerci anche me.”</p>
<p>Athena non ebbe alcuna reazione, come se ormai stesse solo aspettando quell’epilogo, o come se inconsapevolmente avesse deciso di provocare questo comportamento.</p>
<p>Avevo il cuore a pezzi, perché speravo che mi chiedesse di rimanere. Ma lei si mostrò estremamente calma, rassegnata, preoccupata soltanto di fare in modo che il bimbo non fosse disturbato dalla nostra conversazione. Fu in quel momento che ebbi la certezza che non mi aveva mai amato, che ero stato unicamente lo strumento per la realizzazione del suo folle sogno di avere un figlio a diciannove anni.</p>
<p>Le dissi che poteva tenersi la casa e i mobili, ma lei rifiutò: sarebbe andata a vivere dai genitori per qualche tempo; nel frattempo, si sarebbe cercata un lavoro e avrebbe affittato un appartamento. Mi domandò se potevo fornirle un aiuto finanziario per Viorel. Fui immediatamente d’accordo.</p>
<p>Mi alzai e le diedi un ultimo, lungo bacio; poi tornai a insistere affinché rimanesse in quella casa, ma lei ribadì che si sarebbe trasferita dai genitori non appena avesse radunato tutte le sue cose. Io presi alloggio in un alberghetto, e tutte le sere rimasi ad aspettare una telefonata nella quale mi chiedeva di tornare, di cominciare una nuova vita – se fosse stato necessario, ero pronto anche a continuare con quella vecchia, giacché l’allontanamento mi aveva fatto rendere conto che nessuno o niente al mondo era più importante di mia moglie e mio figlio.</p>
<p>Una settimana dopo, ricevetti finalmente la chiamata. Ma lei mi disse soltanto che aveva portato via le sue cose e che non intendeva tornare. Due settimane più tardi, seppi che aveva affittato una piccola mansarda in Basset Road – tutti i giorni doveva farsi tre piani di scale con un bambino in braccio. Trascorsero due mesi e, alla fine, firmammo i documenti.</p>
<p>La mia vera famiglia si rompeva per sempre, mentre quella in cui ero nato mi riaccoglieva a braccia aperte.</p>
<p>Subito dopo la separazione – e l’enorme sofferenza che ne seguì –, mi domandai se quella non fosse stata una decisione sbagliata, incoerente, tipica di chi nell’adolescenza ha letto molte storie d’amore e vuole replicare a ogni costo la vicenda di Giulietta e Romeo. Quando il dolore si attenuò – e per questa sofferenza c’è un solo rimedio: il tempo che passa –, compresi che la vita mi aveva permesso di incontrare l’unica donna che avrei mai potuto amare davvero. Ogni secondo passato accanto a lei era valso la pena e, nonostante tutto ciò che era accaduto, avrei ripetuto ogni mio passo.</p>
<p>Ma oltre che guarire le ferite, il tempo mi ha mostrato qualcosa di curioso: nel corso di un’esistenza è possibile amare più di una persona. Infatti mi sono risposato, sono felice accanto alla mia nuova moglie, e non riesco a immaginare come sarebbe la mia vita senza di lei. Ma questo non mi obbliga a rinunciare a tutto ciò che ho vissuto prima, purché usi l’accortezza di non tentare mai di paragonare le due esperienze: non si può misurare l’amore come se fosse una strada o l’altezza di un palazzo. Del mio rapporto con Athena è rimasto qualcosa di molto importante: un figlio – il suo grande sogno, che mi era stato comunicato apertamente prima che decidessimo di sposarci. Con la mia seconda moglie, ho avuto un altro bimbo, e ora sono in grado di affrontare tutti gli alti e bassi della paternità, a differenza di dodici anni fa.</p>
<p>In occasione di un incontro con Athena, mentre andavo a prendere Viorel per passare insieme il fine-settimana –, decisi di affrontare l’argomento: le domandai com’era riuscita a mostrarsi tanto calma quando aveva appreso che intendevo divorziare.</p>
<p>“Perché la vita mi ha insegnato a soffrire in silenzio,” rispose.</p>
<p>Poi mi abbracciò e pianse tutte le lacrime che avrebbe voluto versare quel giorno.</p>
<p><em> Il prossimo capitolo sarà on-line: <strong>16.04.07</strong></em></p>
<p><em><strong> “Cari lettori, poiché non parlo la vostra lingua, ho chiesto alla casa editrice di tradurre i vostri commenti. Le vostre considerazioni sul mio nuovo romanzo sono molto importanti per me.”</strong></em></p>
<p><em><strong> Con affetto, Paulo Coelho</strong></em></p>
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		<title>Sesto Capitolo</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2007 07:15:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paulo Coelho</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Witch of Portobello]]></category>

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		<description><![CDATA[Padre Giancarlo Fontana, 72 anni 
Certo, rimasi assai sorpreso quando la coppia – davvero molto giovane – venne in chiesa per organizzare la cerimonia. Io conoscevo poco Lukás Jessen-Petersen, e quello stesso giorno appresi che la sua famiglia, appartenente a un’oscura stirpe nobile della Danimarca, era apertamente contraria all’unione – una contrarietà che non riguardava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Padre Giancarlo Fontana, 72 anni </strong></p>
<p>Certo, rimasi assai sorpreso quando la coppia – davvero molto giovane – venne in chiesa per organizzare la cerimonia. Io conoscevo poco Lukás Jessen-Petersen, e quello stesso giorno appresi che la sua famiglia, appartenente a un’oscura stirpe nobile della Danimarca, era apertamente contraria all’unione – una contrarietà che non riguardava solo il matrimonio, ma anche la Chiesa.</p>
<p>Basandosi su argomentazioni scientifiche piuttosto discutibili, suo padre affermava che la Bibbia, su cui si fonda la religione, in realtà non è un libro, bensì una raccolta di 66 manoscritti dei quali non si conosce né il vero titolo né l’identità degli autori; che tra la scrittura del primo libro e quella dell’ultimo intercorsero quasi mille anni – più del tempo passato dalla scoperta dell’America da parte di Colombo a oggi. Inoltre, sosteneva che nessun essere vivente del pianeta – dalle scimmie agli uccelli – ha bisogno di dieci comandamenti per sapere come comportarsi: è sufficiente seguire le leggi della natura, e il mondo vivrà in armonia.</p>
<p>Chiaro che leggo la Bibbia. E conosco un po’ della sua storia – sicuro! Comunque, gli esseri umani che la scrissero furono strumenti del Potere Divino, e Gesù forgiò un’alleanza assai più forte dei dieci comandamenti: l’amore. Gli uccelli, le scimmie, o qualsiasi altra creatura, obbediscono all’istinto e si adeguano a ciò che è originariamente stabilito. Nel caso dell’essere umano, le cose sono molto più complesse, giacché l’uomo conosce l’amore e le sue trappole.</p>
<p>Adesso basta, però: sto di nuovo facendo un sermone quando, in realtà, dovrei parlare del mio incontro con Athena e Lukás. Durante la conversazione con il ragazzo – e utilizzo il termine “conversazione” poiché non apparteniamo alla stessa fede e, di conseguenza, non sono vincolato al segreto della confessione –, venni a sapere che la sua famiglia si opponeva al matrimonio, sia per il forte anticlericalismo, sia per il fatto che Athena era straniera. Avvertii il desiderio di chiedergli di poter citare almeno un brano della Bibbia in cui non vi è alcuna professione di fede, ma solo un avvertimento di buonsenso:</p>
<p>“Non aborrirai l’edomeo, poiché è tuo fratello; non aborrirai l’egizio, poiché fosti straniero nel suo paese.”</p>
<p>Mi scusi. Ho citato nuovamente la Bibbia, ma le prometto che d’ora in poi mi controllerò. Dopo la conversazione con il ragazzo, passai almeno un paio d’ore con Sherine – o con Athena, come preferiva farsi chiamare.</p>
<p>Athena mi ha sempre incuriosito. Fin da quando aveva cominciato a frequentare la chiesa, mi era sembrato che avesse in mente un solo progetto: divenire santa. Mi disse che, sebbene il suo ragazzo lo ignorasse, poco prima che scoppiasse la guerra civile a Beirut, aveva avuto un’esperienza molto simile a quella di Santa Teresa di Lisieux: aveva visto del sangue nelle strade. Anche se potremmo attribuire la visione a un trauma dell’infanzia o dell’adolescenza, questa esperienza – nota come “la possessione creativa per il sacro” – è qualcosa che interessa, in misura maggiore o minore, tutti gli esseri umani. D’un tratto, per una frazione di secondo, sentiamo che la nostra intera vita è giustificata, che i nostri peccati sono perdonati, che l’amore si dimostra sempre più forte e può trasformarci in maniera definitiva.</p>
<p>In quello stesso momento, però, proviamo anche paura. Abbandonarsi completamente all’amore – sia esso divino o umano – significa rinunciare a tutto: anche al proprio benessere o alla propria capacità di prendere decisioni. Significa amare nel senso più profondo della parola. In realtà, noi non vogliamo essere salvi nel modo in cui Dio ha deciso: desideriamo mantenere il controllo assoluto di tutti i passi, avere piena coscienza delle nostre decisioni, poter scegliere l’oggetto della devozione.</p>
<p>Con l’amore non è così: esso arriva, s’insedia e assume il controllo di ogni azione. Solo le anime molto forti si lasciano trasportare – e Athena lo era.</p>
<p>Era un’anima talmente forte che trascorreva ore in profonda contemplazione. Aveva un talento particolare per la musica: si diceva che danzasse assai bene, ma la chiesa non è un luogo adatto per farlo, e così aveva l’abitudine di passare ogni mattina con la sua chitarra e di trattenersi un po’ di tempo a cantare per la Vergine, prima di andare all’università.</p>
<p>Ricordo ancora quando la ascoltai per la prima volta. Avevo già celebrato la messa mattutina per i pochi parrocchiani che sono disposti a svegliarsi presto durante l’inverno, quando mi venne in mente che avevo dimenticato di raccogliere il denaro nella cassetta delle offerte. Tornai indietro e udii una musica che mi fece vedere la chiesa in maniera diversa, come se quell’ambiente fosse stato sfiorato dalla mano di un angelo. In un angolo, come in estasi, c’era una giovane sui vent’anni che intonava – accompagnandosi con la chitarra – dei canti di lode, con gli occhi fissi sulla figura dell’Immacolata Concezione.</p>
<p>Mi avvicinai alla cassetta delle offerte. La ragazza si accorse della mia presenza e si interruppe, ma io le rivolsi un cenno affermativo con il capo, incoraggiandola a proseguire. Poi mi sedetti in uno dei banchi, chiusi gli occhi e rimasi ad ascoltare.</p>
<p>In quel momento, la sensazione del Paradiso – “la possessione creativa del sacro” – sembrò discendere dai cieli. Come se capisse il sentimento che investiva il mio cuore, lei cominciò ad alternare il canto al silenzio. Negli attimi in cui smetteva di suonare, io recitavo una preghiera. Dopodiché la musica riprendeva.</p>
<p>Ebbi coscienza che stavo vivendo un momento indimenticabile della mia vita – quei momenti magici dei quali ci rendiamo conto soltanto quando sono ormai trascorsi. Ero lì con tutto il mio essere – senza passato e senza futuro –, e vivevo solo quel mattino, quella musica, quella dolcezza, quella preghiera inattesa. Entrai in uno stato di adorazione, di estasi, di gratitudine per il fatto di trovarmi in questo mondo, felice di aver seguito la vocazione, nonostante i dissapori con la mia famiglia. Nella sobrietà di quella piccola chiesa, nella voce della giovane, nella luce mattutina che inondava ogni angolo, ancora una volta compresi che la grandezza di Dio si mostra attraverso le cose semplici.</p>
<p>Dopo copiose lacrime – e dopo quella che mi sembrò un’eternità –, la giovane tacque. Mi voltai e scoprii che si trattava di una parrocchiana. Da allora diventammo amici, e ogni volta che ci fu possibile condividemmo questa adorazione attraverso la musica.</p>
<p>Comunque, l’idea del matrimonio mi sorprese. Poiché avevamo una certa confidenza, volli sapere come si aspettava di essere accolta dalla famiglia del marito.</p>
<p>“Male. Molto male.”</p>
<p>Con enorme cautela, le domandai se non fosse obbligata a sposarsi per qualche ragione.</p>
<p>“Sono vergine. Non sono incinta.”</p>
<p>Le chiesi se avesse già comunicato la sua decisione alla famiglia, e mi rispose di sì – i genitori avevano avuto una reazione di stupore: c’erano state le lacrime della madre e le minacce del padre.</p>
<p>“Quando vengo in chiesa a lodare la Vergine con la mia musica, non penso a ciò che diranno gli altri: sto semplicemente condividendo con Lei i miei sentimenti. Da quando mi conosco come essere umano, è sempre stato così: sono un vaso dove l’Energia Divina può manifestarsi. E ora questa Energia mi chiede di avere un bambino, affinché io possa dargli ciò che la mia madre naturale mi ha negato: protezione e sicurezza.</p>
<p>Nessuno è sicuro su questa terra, replicai. Davanti a sé, aveva ancora un futuro assai lungo: aveva molto tempo perché il miracolo della creazione si manifestasse. Athena, però, era decisa:</p>
<p>“Santa Teresa non si ribellò contro la malattia che la colpì: anzi, al contrario, in essa vide un segnale della Gloria. E Santa Teresa era molto più giovane di me: aveva quindici anni, quando scelse di entrare in convento. Fu ostacolata, ma non si piegò: decise di andare a parlare direttamente con il Papa – ma se l’immagina? Parlare con il Papa? E riuscì a raggiungere i propri obiettivi.</p>
<p>“È quella medesima Gloria che ora mi chiede qualcosa di molto più facile e molto più generoso di una malattia – che io sia madre. Se aspetterò a lungo, non potrò essere compagna di mio figlio: la differenza di età sarà troppo grande e, allora, non avremo più tanti interessi in comune.”</p>
<p>Non sarebbe stata l’unica, insistetti io.</p>
<p>Ma Athena proseguì, come se non mi stesse ascoltando:</p>
<p>“Io sono felice solo quando penso che Dio esiste e mi ascolta: ma questo non basta per continuare a vivere, e nulla sembra avere un significato. Cerco di mostrare una gioia che non provo, nascondo la mia tristezza per non inquietare coloro che mi amano e si preoccupano per me. Di recente, però, ho preso in considerazione l’ipotesi del suicidio. La sera, prima di addormentarmi, faccio lunghe conversazioni con me stessa, adoperandomi per scacciare questa idea: sarebbe una fuga, un’ingratitudine verso tutti, un modo di diffondere tragedia e miseria sulla terra. La mattina, vengo in chiesa a confidarmi con la Santa, chiedendole di allontanare i demoni con cui parlo durante la notte. Finora ha funzionato, ma comincio a sentirmi debole. So di avere una missione: l’ho rifiutata per lungo tempo, ma adesso devo accettarla.</p>
<p>“È la missione di essere madre: devo compierla, o impazzirò. Se non potrò vedere la vita crescere dentro di me, non riuscirò più ad accettare l’esistenza che sta all’esterno.”<br />
<em><br />
Il prossimo capitolo sarà on-line: <strong>13.04.07</strong></em></p>
<p><em><strong>“Cari lettori, poiché non parlo la vostra lingua, ho chiesto alla casa editrice di tradurre i vostri commenti. Le vostre considerazioni sul mio nuovo romanzo sono molto importanti per me.”</strong></em></p>
<p><em><strong>Con affetto, Paulo Coelho</strong></em></p>
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		<title>Quinto Capitolo</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2007 11:07:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paulo Coelho</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Witch of Portobello]]></category>

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		<description><![CDATA[ Lukás Jessen-Petersen, 32 anni, ingegnere, ex marito 
Athena sapeva già di essere stata adottata quando la incontrai per la prima volta. Aveva diciannove anni, e stava per litigare all’interno della caffetteria dell’università: qualcuno, pensando che fosse di origine inglese (bianca, capelli lisci, occhi ora verdi ora grigi), aveva fatto dei commenti negativi sul Medio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> Lukás Jessen-Petersen, 32 anni, ingegnere, ex marito </strong></p>
<p>Athena sapeva già di essere stata adottata quando la incontrai per la prima volta. Aveva diciannove anni, e stava per litigare all’interno della caffetteria dell’università: qualcuno, pensando che fosse di origine inglese (bianca, capelli lisci, occhi ora verdi ora grigi), aveva fatto dei commenti negativi sul Medio Oriente.</p>
<p>Era il primo giorno di lezione: la classe era nuova, nessuno sapeva niente dei propri compagni. Ma quella giovane scattò in piedi, afferrò l’altra ragazza per il colletto e si mise a urlare:</p>
<p>“Razzista!”</p>
<p>Vidi gli occhi terrorizzati della giovane assalita, lo sguardo eccitato degli altri studenti, bramosi di assistere al prosieguo della scena. Poiché ero un anno avanti rispetto a quel gruppo, mi figurai immediatamente le conseguenze: studio del rettore, denunce, probabile espulsione, indagine di polizia sul razzismo ecc. Lì, tutti avevano qualcosa da perdere.</p>
<p>“Chiudi quella bocca!” urlai, senza sapere che cosa stavo dicendo.</p>
<p>Non conoscevo nessuna delle due ragazze. Non mi reputo certo il salvatore del mondo e, sinceramente, penso che qualche rara lite sia stimolante per i giovani. Comunque, la reazione e il mio urlo furono più forti di me.</p>
<p>“Piantala!” strillai di nuovo alla ragazza carina, che adesso aveva afferrato la rivale – anche lei piuttosto bella – per il collo. La giovane mi guardò e mi fulminò con gli occhi. E, all’improvviso, qualcosa cambiò. Sorrise – benché continuasse a serrare le mani intorno al collo della collega.</p>
<p>“Hai dimenticato di dire: ‘Per favore.’”</p>
<p>Tutti scoppiarono a ridere.</p>
<p>“Piantala,” ripetei. “Per favore.”</p>
<p>Lasciò la rivale e si diresse verso di me. Tutte le teste seguirono il suo movimento.</p>
<p>“Hai un’ottima educazione. E… per caso, non hai anche una sigaretta?”</p>
<p>Le porsi il pacchetto, e andammo a fumare nel campus. Era passata dalla rabbia furente al rilassamento totale; qualche minuto dopo stava ridendo, parlava del tempo, mi domandava se apprezzavo questo o quel gruppo musicale. Udii la campanella dell’inizio delle lezioni – e solennemente ignorai ciò che una costante della mia educazione fin dalla nascita: osservare la disciplina. Rimasi lì a chiacchierare, come se non ci fossero più l’università, le liti, i ritrovi, il vento, il freddo, il sole. Esisteva solo quella ragazza dagli occhi grigi di fronte a me, che parlava di cose tutt’altro che interessanti: anzi decisamente futili, ma che avrebbero potuto tenermi lì per il resto dell’esistenza.</p>
<p>Due ore più tardi, stavamo pranzando insieme. Sette ore dopo, eravamo in un bar a mangiare e bere quello che i nostri bilanci ci permettevano. I discorsi si erano fatti via via più profondi e, in poco tempo, sapevo praticamente tutto della sua vita – senza che le facessi alcuna domanda, Athena mi raccontava particolari della sua infanzia e della sua adolescenza. In seguito, appresi che si comportava sempre così: quel giorno, però, mi sentii l’uomo più speciale sulla faccia della terra.</p>
<p>Era arrivata a Londra come profuga della guerra civile libanese. Il padre, un cristiano maronita (N.d.R.: comunità cristiana integrata nella Chiesa Cattolica che, benché sottoposta all’autorità del Vaticano, non esige il celibato dei preti e adotta riti orientali e ortodossi), era stato minacciato di morte perché lavorava con il governo, ma non si era deciso a lasciare il Libano finché Athena, dopo aver udito di nascosto una conversazione telefonica, aveva stabilito che doveva crescere, assumersi le proprie responsabilità di figlia e proteggere coloro che amava.</p>
<p>Aveva accennato una sorta di danza, aveva finto di essere in trance (era venuta a conoscenza di quello stato a scuola, durante lo studio delle vite dei santi), iniziando a proferire una serie di frasi. Non so come un bambino possa fare in modo che gli adulti prendano delle decisioni sulla base delle sue parole, tuttavia Athena affermò che era andata proprio così: il padre era superstizioso, e lei si diceva assolutamente convinta di aver salvato la vita alla sua famiglia.</p>
<p>Erano arrivati in Inghilterra come profughi – ma non come mendicanti. Le comunità libanesi sono diffuse in tutto il mondo, e così il padre aveva avuto la possibilità di dedicarsi ancora ai propri affari, e la vita era continuata. Athena aveva ripreso a studiare in buoni istituti, a seguire corsi di danza – la sua passione – e, una volta terminate le scuole secondarie, aveva scelto la facoltà di ingegneria.</p>
<p>Viveva a Londra quando i genitori l’avevano invitata a cena in uno dei ristoranti più costosi della città e le avevano spiegato – con enorme cautela – che era stata adottata. Lei si era finta sorpresa e li aveva abbracciati, aggiungendo che non sarebbe cambiato niente nel loro rapporto.</p>
<p>In realtà, in un momento di odio, un certo amico di famiglia, l’aveva già tacciata di essere un’“orfana senza gratitudine”. “Non sei neppure la loro figlia naturale, e non sai come ci si comporta!” Lei gli aveva lanciato un posacenere, ferendolo al volto: aveva pianto di nascosto per due giorni ma, ben presto, si era abituata alla situazione. A quel “galantuomo”, invece, era rimasta una cicatrice che non poteva spiegare a nessuno, e così aveva cominciato a raccontare di essere stato aggredito per strada.</p>
<p>La invitai a uscire con me il giorno seguente. In maniera assolutamente diretta, mi disse che era vergine, che frequentava la chiesa tutte le domeniche e che non le interessavano i romanzi d’amore – piuttosto si preoccupava di leggere quanto più le fosse possibile sulla situazione in Medio Oriente.</p>
<p>Insomma, era occupata. Occupatissima.</p>
<p>“La gente crede che l’unico sogno di una donna sia quello di sposarsi e avere dei figli. Tu pensi che, a causa di tutto ciò che ti ho raccontato, io abbia sofferto molto nella vita. Non è così. E questa storia la conosco già: altri uomini mi hanno avvicinato con la scusa di ‘proteggermi’ dalle tragedie.</p>
<p>“Ci si dimentica che, fin dall’antica Grecia, i guerrieri tornavano dalle guerre o morti sopra il proprio scudo, o fortificati dalle cicatrici. Be’, io sto in un campo di battaglia fin dalla nascita, sono ancora viva e non ho bisogno che qualcuno mi protegga.”</p>
<p>Fece una pausa.</p>
<p>“Hai visto come sono colta?”</p>
<p>“Molto. Eppure quando attacchi chi è più debole di te, dai l’idea di avere davvero bisogno di protezione. Avresti potuto rovinarti la carriera universitaria, stamane.”</p>
<p>“Hai ragione. Accetto l’invito.”</p>
<p>Da quel giorno, cominciammo a uscire insieme con regolarità. Quanto più le stavo vicino, tanto più scoprivo la mia luce – perché lei mi stimolava a dare sempre il meglio di me. Non aveva mai letto un libro sulla magia o sull’esoterismo: diceva che erano storie del demonio, che l’unica salvezza risiedeva in Gesù – soltanto in Lui. Di tanto in tanto, insinuava cose che mi sembravano in disaccordo con gli insegnamenti della Chiesa.</p>
<p>“Cristo si circondava di mendicanti, prostitute, esattori delle imposte e pescatori. Io penso che, attraverso quell’atteggiamento, volesse suggerire che la scintilla divina si trova nell’anima di tutti e che non si estingue mai. Quando sono particolarmente tranquilla, o quando sono agitatissima, capisco che sto vibrando insieme all’intero universo – e arrivo a conoscere cose che ignoro, come se fosse il Signore Iddio a guidare i miei passi. Ci sono momenti in cui sento che tutto mi viene rivelato.”</p>
<p>Poi, subito dopo, si correggeva:</p>
<p>“Ma tutto questo è sbagliato.”</p>
<p>Athena viveva sempre tra due mondi: quello che sentiva come vero e quello che le veniva insegnato attraverso la fede.</p>
<p>Un giorno, dopo quasi un semestre di equazioni, calcoli e studi strutturali, disse che voleva lasciare la facoltà.</p>
<p>“Ma non hai mai neppure accennato a una simile eventualità.”</p>
<p>“Avevo paura di parlarne persino con me stessa. Poi, oggi sono stata dalla mia parrucchiera… Ha lavorato giorno e notte perché la figlia potesse finire gli studi di sociologia. La ragazza è riuscita a terminare l’università ma, dopo aver bussato a molte porte, ha trovato soltanto un impiego come segretaria in un cementificio. Eppure la mia parrucchiera ha continuato a ripetermi orgogliosa: ‘Mia figlia è laureata.’</p>
<p>“La maggior parte degli amici dei miei genitori – e dei loro figli – ha una laurea. Questo non significa che siano riusciti a trovare un lavoro nel campo in cui desideravano – anzi, spesso è accaduto il contrario. Hanno frequentato l’università perché qualcuno, in un’epoca in cui gli atenei sembravano tremendamente importanti, ha detto loro che per farsi strada nella vita bisognava avere una laurea. E così nel mondo non ci sono più bravi giardinieri, panettieri, antiquari, muratori, scrittori.”</p>
<p>Le chiesi di riflettere ancora, prima di prendere una decisione così radicale. Ma lei mi citò alcuni versi di Robert Frost:</p>
<p>Davanti a me c’erano due strade.</p>
<p>Io ho scelto la strada meno battuta,</p>
<p>E questo ha fatto la differenza.</p>
<p>L’indomani, non si presentò alle lezioni. Durante il nostro incontro successivo, le domandai che cosa avrebbe fatto.</p>
<p>“Mi sposerò. E avrò un figlio.”</p>
<p>Non era un ultimatum. Io avevo vent’anni – lei diciannove –, e pensavo che fosse ancora presto per un simile impegno.</p>
<p>Ma Athena parlava molto seriamente. E io dovevo scegliere tra abbandonare l’unica cosa che occupava sinceramente i miei pensieri – l’amore per quella donna – o perdere la libertà e le opportunità che il futuro poteva riservarmi.</p>
<p>Onestamente, la decisione non fu affatto difficile.</p>
<p><em> Il prossimo capitolo sarà on-line: <strong>09.04.07</strong></em></p>
<p><em><strong> “Cari lettori, poiché non parlo la vostra lingua, ho chiesto alla casa editrice di tradurre i vostri commenti. Le vostre considerazioni sul mio nuovo romanzo sono molto importanti per me.”</strong></em></p>
<p><em><strong> Con affetto, Paulo Coelho</strong></em></p>
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		<title>Quatro Capitolo</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2007 10:59:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paulo Coelho</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Witch of Portobello]]></category>

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		<description><![CDATA[Lella Zainab, 64 anni, numerologa
Athena? Che nome interessante! Vediamo… Il suo Numero Massimo è il 9. Ottimista, socievole, brava a farsi notare in mezzo a una folla. Le persone le si devono avvicinare in cerca di comprensione, misericordia, generosità, e proprio per questo lei deve agire con grande attenzione, giacché il suo desiderio di popolarità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lella Zainab, 64 anni, numerologa</strong></p>
<p>Athena? Che nome interessante! Vediamo… Il suo Numero Massimo è il 9. Ottimista, socievole, brava a farsi notare in mezzo a una folla. Le persone le si devono avvicinare in cerca di comprensione, misericordia, generosità, e proprio per questo lei deve agire con grande attenzione, giacché il suo desiderio di popolarità può darle alla testa – e lei finirà più per perdere che per guadagnare. Inoltre deve tenere a freno la lingua, poiché tende a parlare più di quanto detti il buonsenso.</p>
<p>Quanto al suo Numero Minimo, è l’11. Penso che aspiri a un qualche ruolo di guida. Nutre un marcato interesse per i temi mistici, attraverso i quali cerca di apportare armonia nell’esistenza di tutti coloro che le stanno intorno.</p>
<p>Ma questo contrasta apertamente con il numero 9, che è la somma del giorno, del mese e dell’anno della sua nascita, ridotta a un’unica cifra: sarà sempre soggetta a invidia, tristezza, introversione e decisioni impulsive. Deve prestare attenzione alle seguenti vibrazioni negative: eccessiva ambizione, intolleranza, abuso di potere, stravaganza.</p>
<p>In considerazione di questo conflitto, credo che dovrebbe dedicarsi a qualcosa che non implichi un contatto emotivo con le persone: un lavoro nel campo dell’informatica o dell’ingegneria, per esempio</p>
<p>Morta? Scusi. Che cosa faceva, insomma?</p>
<p><em>Che cosa faceva Athena, insomma? Athena fece un po’ di tutto ma, se dovessi riassumere la sua vita, direi che era una sacerdotessa che comprendeva le forze della Natura. O più esattamente: era una persona che, per il semplice fatto di non avere molto da perdere o da aspettarsi dalla vita, rischiò in misura assai maggiore degli altri e finì per trasformarsi nelle forze che riteneva di poter dominare. </em></p>
<p><em>Fu commessa in un supermercato, bancaria, venditrice di terreni, e in ognuna di queste posizioni non smise mai di rivelare la sacerdotessa che aveva dentro di sé. Ho vissuto con lei per otto anni, e mi sento in obbligo di recuperare la sua memoria, la sua identità – è qualcosa che le devo. </em></p>
<p><em>Durante la raccolta di queste testimonianze, la cosa più difficile è stata convincere le persone a permettermi di usare il loro vero nome. Alcune dicevano di non voler essere implicate in questo tipo di storia, altre cercavano di dissimulare le loro opinioni e i loro sentimenti. Ho spiegato che il mio unico intento, il mio vero scopo era quello di far sì che tutti gli individui coinvolti la capissero meglio – inoltre, nessuno avrebbe creduto a testimonianze anonime. </em></p>
<p><em>Poiché ciascuno degli intervistati riteneva di possedere la sola versione attendibile di qualsiasi avvenimento – per quanto insignificante fosse –, tutti hanno finito per accettare. Durante le conversazioni, ho potuto notare che le cose non sono assolute, ma esistono a seconda della percezione del singolo: spesso la maniera migliore per sapere chi siamo è quella di cercare di scoprire come ci vedono gli altri. </em></p>
<p><em>Ciò non vuol dire che faremo quello che si aspettano: ma almeno riusciremo a comprendere meglio. Sì, ad Athena questo glielo devo. </em></p>
<p><em>Recuperare la sua storia. Scrivere il suo mito.</em></p>
<p><strong>Samira R. Khalil, 57 anni, casalinga, madre di Athena</strong></p>
<p>Non la chiami Athena, per favore. Il suo vero nome è Sherine: Sherine Khalil, figlia amatissima, enormemente desiderata, al punto che sia io che mio marito avremmo voluto generarla!</p>
<p>Ma la vita aveva altri piani – quando la generosità del destino si dimostra molto grande, c’è sempre un pozzo dove tutti i sogni possono precipitare.</p>
<p>Vivevamo a Beirut, al tempo in cui veniva considerata la più bella città del Medio Oriente. Mio marito era un industriale di successo; ci eravamo sposati per amore, ogni anno compivamo un viaggio in Europa; avevamo molti amici, eravamo invitati a tutti gli eventi mondani e, una volta – si figuri! –, ricevetti addirittura a casa mia un presidente degli Stati Uniti! Furono tre giorni indimenticabili: in due, i servizi segreti americani perquisirono ogni angolo dell’edificio (presidiavano il quartiere da più di un mese: occuparono posizioni strategiche, affittando appartamenti o travestendosi da mendicanti o da coppie di innamorati). Poi ci fu il giorno della festa – o, più esattamente, due ore. Non dimenticherò mai l’invidia negli occhi dei nostri amici e la gioia di poter avere qualche fotografia accanto all’uomo più potente del pianeta.<br />
Avevamo tutto, tranne quello che più desideravamo: un figlio. Quindi, non possedevamo niente.</p>
<p>Tentammo ogni tipo di soluzione: facemmo voti, ci recammo in luoghi dove, a detta di moltissima gente, avvenivano miracoli; consultammo medici e guaritori, prendemmo medicine e ingurgitammo elisir e pozioni magiche. Per due volte, mi sottoposi all’inseminazione artificiale, ma persi il bambino. Nella seconda occasione, ci rimisi anche l’ovaio sinistro, e non riuscii più a trovare alcun medico che volesse arrischiarsi in un’altra avventura del genere.<br />
Fu allora che uno dei molti amici che conosceva la nostra situazione ci suggerì l’unica via d’uscita possibile: adottare un bambino. Disse che aveva dei contatti in Romania, e che non ci sarebbe voluto molto.</p>
<p>Un mese dopo, prendemmo un aereo: quell’amico aveva importanti rapporti d’affari con il dittatore che governava il paese all’epoca, e del quale non ricordo il nome (N.d.R.: Nicolae Ceaus¸escu), cosicché riuscimmo a evitare ogni iter burocratico e ci recammo in un centro di adozione a Sibiu, in Transilvania. Lì ci aspettavano con caffè, sigarette, acqua minerale; tutta la documentazione era già pronta, per cui bastava solo scegliere il bambino.<br />
Ci condussero in un nido, nel quale faceva molto freddo – e io mi ritrovai a pensare come potessero lasciare quelle povere creature in una simile condizione. D’istinto, avrei voluto adottarle tutte, portarle nel nostro paese dove c’erano il sole e la libertà, ma chiaramente era un’idea folle. Passeggiammo fra le culle, dalle quali si levavano strilli e pianti, terrorizzati dall’importanza della decisione che dovevamo prendere.</p>
<p>Per oltre un’ora, né mio marito né io pronunciammo una sola parola. Uscimmo, bevemmo del caffè, fumammo qualche sigaretta, rientrammo – e questo si ripeté varie volte. Notai che la donna incaricata dell’adozione cominciava a spazientirsi: bisognava decidere subito. In quel momento, seguendo un istinto che oserei definire “materno” – come se avessi incontrato un figlio che doveva essere mio in questa incarnazione, ma che era arrivato sulla terra attraverso un altro ventre –, indicai una bambina.</p>
<p>L’incaricata ci suggerì di riflettere ancora: proprio lei, che sembrava tremendamente impaziente per il nostro indugio! Ma ormai ero decisa.</p>
<p>Comunque, con enorme cautela, cercando di non ferire i miei sentimenti (pensava che avessimo delle conoscenze nelle alte sfere del governo), mi sussurrò, facendo in modo che mio marito non udisse:</p>
<p>“So che non andrà a finire bene. È figlia di una zingara.”</p>
<p>Risposi che una cultura non si può trasmettere attraverso i geni – e la bambina, che aveva appena tre mesi, sarebbe stata figlia mia e di mio marito, educata secondo i nostri costumi. Avrebbe conosciuto la chiesa che frequentavamo, le spiagge dove andavamo a passeggiare; avrebbe letto i libri in francese, studiato alla scuola americana di Beirut. Inoltre, non avevo alcuna informazione – e continuo a non averne – sulla cultura gitana. So solo che gli zingari viaggiano, non sempre fanno il bagno, ingannano gli altri e portano un orecchino al lobo. Le dicerie vogliono che rapiscano i bambini per portarli lontano con le loro carovane, ma lì stava accadendo esattamente il contrario: avevano abbandonato una piccina, perché me ne prendessi cura io.</p>
<p>La donna tentò ancora di dissuadermi ma, in quel momento, io stavo già firmando le carte e chiedendo a mio marito di fare altrettanto. Di ritorno a Beirut, il mondo sembrava diverso: Dio mi aveva dato una ragione per vivere, per agire, per lottare in questa valle di lacrime. Ora avevamo una creatura che giustificava tutti i nostri sforzi.</p>
<p>Sherine crebbe in saggezza e bellezza – credo che sia qualcosa che tutti i genitori dicono dei figli, ma penso che lei fosse davvero una bambina eccezionale. Un pomeriggio, quando aveva ormai cinque anni, uno dei miei fratelli mi disse che, se avesse voluto lavorare all’estero, il suo nome avrebbe sempre denunciato la sua origine: ci suggerì di cambiarlo con uno che non rivelasse assolutamente niente – Athena, per esempio. Certo, oggi so che Athena non indica soltanto la capitale di un paese, ma anche la dea della saggezza, dell’intelligenza e degli aspetti più nobili della guerra.</p>
<p>Probabilmente mio fratello non solo sapeva questo, ma era anche consapevole dei problemi che un nome arabo avrebbe potuto procurare alla bimba in futuro: poiché era impegnato in politica, come tutta la nostra famiglia del resto, desiderava proteggere la nipote dalle nuvole nere che lui – soltanto lui – scorgeva all’orizzonte. È sorprendente il fatto che il suono della parola piacque subito a Sherine. Nel giro di un pomeriggio, cominciò a riferirsi a se stessa come ad Athena, e nessuno riuscì più a toglierle quel nome dalla mente. Per compiacerla, lo adottammo anche noi, pensando che ben presto la fissa sarebbe scomparsa.<br />
È possibile che un nome influisca sulla vita di una persona? Sì, perché il tempo passò, quel nome resistette, e noi finimmo per adattarci.</p>
<p>Quando era appena adolescente, ci accorgemmo che aveva una certa vocazione religiosa: trascorreva molto tempo in chiesa, conosceva i vangeli a memoria – e questo era, contemporaneamente, una benedizione e una maledizione. In un mondo che cominciava a essere sempre più diviso dalle credenze religiose, io temevo per la sicurezza di mia figlia. A quell’epoca, Sherine aveva iniziato a parlarci di alcuni amici invisibili, come se fosse la cosa più normale del mondo – angeli e santi, di cui vedeva le immagini nella chiesa che frequentavamo. Certo, tutti i bambini hanno delle visioni, sebbene dopo una determinata età se ne ricordino raramente. Hanno l’abitudine di considerare viventi cose inanimate, come le bambole o le tigri di peluche. A un certo punto, pensai che stesse esagerando: accadde quando, un giorno, andai a prenderla a scuola e mi disse di aver visto “una donna vestita di bianco, simile alla Vergine Maria”.</p>
<p>Io credo negli angeli, certo. Sono addirittura convinta che gli angeli conversino con i bambini: ma quando si tratta di apparizioni di persone adulte, le cose cambiano. Conosco una serie di storie di pastorelli e giovani contadini che hanno affermato di aver visto una donna in bianco, e quel fatto è arrivato a distruggergli l’esistenza – perché le persone cominciano a cercarli nella speranza di un miracolo, i preti entrano in agitazione, i paesi si trasformano in mete di pellegrinaggi, e i poveri ragazzini finiscono per trascorrere la vita in un convento. Dunque, mi preoccupai molto per questa faccenda: a quell’età, Sherine avrebbe dovuto pensare piuttosto ai trucchi, a smaltarsi le unghie, a guardare sceneggiati romantici o programmi per adolescenti alla tivù. C’era qualcosa che non andava in mia figlia, e così mi rivolsi a uno specialista.</p>
<p>“Si rilassi,” disse il dottore.</p>
<p>Per il pediatra specializzato in psicologia infantile, come per la maggior parte dei medici che si occupano di queste problematiche, gli amici invisibili sono una sorta di proiezione dei sogni e aiutano il bambino a scoprire i propri desideri, a esprimere i propri sentimenti in maniera inoffensiva.</p>
<p>“Ma una signora in bianco…?”</p>
<p>Rispose che, forse, il nostro modo di vedere o spiegare il mondo era compreso con difficoltà da Sherine. Suggerì che, a poco a poco, preparassimo il terreno per rivelarle che era stata adottata. Secondo lo specialista, la peggior cosa che poteva capitare era che lo scoprisse da sola – avrebbe cominciato a dubitare di tutti. Avrebbe potuto arrivare ad assumere comportamenti imprevedibili.</p>
<p>Da quel momento, modificammo il tipo di dialogo che avevamo con lei. Non so se l’essere umano sia in grado di ricordare cosa gli è accaduto all’epoca in cui era in fasce: in qualsiasi caso, noi ci sforzammo per dimostrarle quanto era amata, per farle capire che non aveva più bisogno di rifugiarsi in un mondo immaginario. Doveva comprendere che il suo universo visibile era davvero il più bello, che i suoi genitori l’avrebbero protetta da qualsiasi pericolo, che Beirut era splendida e le spiagge erano sempre piene di sole e di gente. Senza voler minimamente gareggiare con la famosa “signora”, cominciai a trascorrere più tempo con mia figlia e invitai i suoi compagni di scuola a frequentare la nostra casa – insomma, non perdevo occasione per dimostrarle tutto il mio affetto.</p>
<p>Quella strategia diede ottimi risultati. Mio marito viaggiava molto, e Sherine ne sentiva la mancanza: fu per amore che lui decise di modificare il suo stile di vita. Così le conversazioni solitarie vennero lentamente sostituite da giochi tra padre, madre e figlia.<br />
Filò tutto liscio finché, una sera, Sherine venne nella mia stanza in lacrime, dicendo che aveva paura, che l’inferno era ormai vicino.</p>
<p>Mi trovavo sola in casa – mio marito si era dovuto assentare ancora una volta –, e quindi pensai che fosse questa la ragione della sua disperazione. Ma… l’inferno? Cosa mai le stavano inculcando a scuola o in chiesa? Decisi che, l’indomani, sarei andata a parlare con l’insegnante.</p>
<p>Sherine, però, non smetteva di piangere. La condussi alla finestra e le indicai il Mediterraneo, illuminato dalla luna piena. Le dissi che non c’erano demoni, ma stelle in cielo e gente che camminava lungo il boulevard prospiciente il nostro appartamento. Le spiegai che non doveva aver paura, che poteva stare tranquilla, ma lei continuava a piangere e a tremare. Dopo quasi mezz’ora di tentativi per calmarla, cominciai a innervosirmi. Le ordinai di smetterla, giacché non era più una bambina. A quel punto, pensai che le erano venute le prime mestruazioni e, discretamente, domandai se le scendesse del sangue.</p>
<p>“Molto.”</p>
<p>Allora presi del cotone e la feci sdraiare, in modo che potessi occuparmi della sua “ferita”. Non era nulla: l’indomani, la mattina dopo, le avrei spiegato. Comunque, le mestruazioni non erano arrivate. Lei pianse ancora per un po’, ma doveva esser particolarmente stanca, perché poco dopo si addormentò.</p>
<p>E la mattina del giorno seguente, il sangue scorse davvero.</p>
<p>Quattro uomini furono assassinati: si trattava di un’altra delle eterne lotte tribali a cui il mio popolo era ormai abituato. Riguardo a Sherine, invece, mi convinsi che non fosse nulla, visto che non accennò neppure all’incubo della notte precedente.</p>
<p>Di certo, a partire da allora, cominciò ad avvicinarsi l’inferno – e ancora oggi non si è allontanato. Quello stesso giorno, 26 palestinesi furono uccisi su un autobus, per vendicarsi degli uccisi. Ventiquattr’ore dopo, non si poteva più circolare per le strade, a causa dei colpi provenienti da ogni dove. Le scuole vennero chiuse; Sherine fu riportata a casa da una delle insegnanti; da quel momento, nessuno poté più controllare la situazione. Mio marito interruppe il viaggio e tornò a Beirut; passò intere giornate al telefono con i suoi amici che avevano incarichi governativi, ma nessuno seppe dargli una qualche spiegazione sensata. Sherine udiva gli spari all’esterno, le urla di mio marito nella casa ma, con mia grande sorpresa, non diceva una parola. Io mi sforzavo per spiegarle che si trattava di una situazione passeggera, che ben presto saremmo potuti andare di nuovo in spiaggia, ma lei sviava lo sguardo e chiedeva un libro da leggere o un disco da ascoltare. Mentre l’inferno si insediava nella città a poco a poco, lei leggeva e ascoltava musica.</p>
<p>La prego: non voglio soffermarmi troppo su quelle vicende. Non voglio ripensare alle minacce che ricevemmo, a quale fazione avesse ragione, a chi fossero i colpevoli e chi gli innocenti. Fatto sta che, pochi mesi dopo, se qualcuno avesse voluto attraversare una certa strada, avrebbe dovuto prendere una barca, andare fino a Cipro, lì salire su un’altra imbarcazione e scendere sul lato opposto del marciapiede.</p>
<p>Praticamente restammo rinchiusi in casa per quasi un anno, sempre aspettandoci che le cose migliorassero, sempre pensando che si trattasse di una situazione passeggera e che, alla fine, il governo sarebbe riuscito a riprendere in mano la situazione. Una mattina, mentre ascoltava una canzone con il suo mangiadischi, Sherine accennò alcuni passi di danza e cominciò a dire frasi del tipo: “Durerà molto, molto tempo.”</p>
<p>Io volevo interromperla, ma mio marito mi afferrò per un braccio – mi accorsi che le stava prestando attenzione, prendendo sul serio le parole di una bambina. Non ho mai capito che cosa lo spingesse a farlo e, fino a oggi, non ne abbiamo mai parlato: è un tabù.</p>
<p>L’indomani, cominciò ad adottare dei provvedimenti inaspettati: due settimane dopo, ci imbarcavamo per Londra. Sebbene non vi siano delle statistiche precise, in seguito apprendemmo che, nei due anni di guerra civile, morirono circa 44.000 persone, ne rimasero ferite 180.000, e ci furono decine di migliaia di senzatetto. Poi i combattimenti si protrassero per altri motivi, il paese venne occupato da forze armate straniere – e l’inferno continua ancora oggi.</p>
<p>“Durerà molto tempo,” diceva Sherine. Mio Dio, purtroppo aveva ragione.</p>
<p><em>Il prossimo capitolo sarà on-line: <strong>02.04.07</strong></em></p>
<p><em><strong>“Cari lettori, poiché non parlo la vostra lingua, ho chiesto alla casa editrice di tradurre i vostri commenti. Le vostre considerazioni sul mio nuovo romanzo sono molto importanti per me.”</strong></em></p>
<p><em><strong>Con affetto, Paulo Coelho</strong></em></p>
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		<title>Terzo Capitolo</title>
		<link>http://it.paulocoelhoblog.com/witch-of-portobello/22.03.2007/terzo-capitolo/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Mar 2007 16:38:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paulo Coelho</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Witch of Portobello]]></category>

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		<description><![CDATA[Deidre O’Neill, 37 anni, medico, conosciuta come Edda

Se un uomo che non conosciamo ci telefona, chiacchiera un po’, senza insinuare alcunché, senza dire nulla di particolare, riservandoci comunque un’attenzione che riceviamo di rado, quella sera siamo capaci di andare a letto relativamente innamorate. Noi donne siamo fatte così, e non c’è niente di sbagliato in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Deidre O’Neill, 37 anni, medico, conosciuta come Edda<br />
</strong></p>
<p>Se un uomo che non conosciamo ci telefona, chiacchiera un po’, senza insinuare alcunché, senza dire nulla di particolare, riservandoci comunque un’attenzione che riceviamo di rado, quella sera siamo capaci di andare a letto relativamente innamorate. Noi donne siamo fatte così, e non c’è niente di sbagliato in questo: fa parte della natura femminile aprirsi all’amore con grande facilità.</p>
<p>E fu proprio questo amore ad aprirmi all’incontro con la Madre, a diciannove anni. Athena aveva la stessa età, quando entrò per la prima volta in trance attraverso la danza. Ma questa era l’unica cosa che avevamo in comune – l’età della nostra iniziazione.</p>
<p>Per il resto, eravamo totalmente e profondamente diverse, soprattutto nel modo di rapportarci con gli altri. Come sua maestra, ho sempre dato il meglio di me, affinché potesse sviluppare la propria ricerca interiore. Come sua amica (non sono sicura che il mio sentimento fosse corrisposto), ho cercato di metterla in guardia sul fatto che il mondo non è ancora pronto per le trasformazioni che voleva determinare. Ricordo che sprecai varie nottate di sonno prima di prendere la decisione di lasciarla agire con la massima libertà, seguendo unicamente ciò che le dettava il cuore.</p>
<p>Il suo grande problema era quello di essere una donna del XXII secolo che viveva, però, nel XXI – e lo rivelava a tutti. Ha pagato un prezzo? Senza dubbio. Ma avrebbe pagato un costo ben più alto, se avesse represso la sua esuberanza. Sarebbe stata amareggiata, frustrata, preoccupata di “ciò che penseranno gli altri”, e avrebbe continuato a ripetersi: “Prima risolverò queste faccende, poi mi dedicherò al mio sogno”, sempre lamentandosi del fatto che “le condizioni ideali non arrivano mai”.</p>
<p>Tutti cercano un maestro perfetto: ma si dà il caso che i maestri siano umani, benché i loro insegnamenti possano essere divini – ed è qualcosa che si stenta ad accettare. Non confondere l’insegnante con la lezione, il rituale con l’estasi, colui che trasmette l’elemento simbolico con il simbolo medesimo. La Tradizione è legata all’incontro con le forze della vita, e non con le persone che veicolano tutto ciò. Ma noi siamo deboli: chiediamo alla Madre di inviarci delle guide, mentre Lei ci offre soltanto dei segnali riguardo alla strada che dobbiamo percorrere.</p>
<p>Meschini coloro che ricercano i pastori, piuttosto che anelare alla libertà! L’incontro con l’energia superiore è alla portata di chiunque, ma è lungi da coloro che riversano sugli altri le proprie responsabilità. Il nostro tempo su questa terra è sacro, e noi dobbiamo celebrarne ogni momento.</p>
<p>L’importanza di tutto ciò è stata completamente dimenticata: persino le festività religiose sono diventate occasioni per andare al mare, al parco o nelle località sciistiche. Non ci sono più riti. Non si riesce più a trasformare le azioni ordinarie in manifestazioni sacre. Cuciniamo lamentandoci per la perdita di tempo, mentre potremmo trasmutare l’amore in cibo.</p>
<p>Lavoriamo pensando a quell’impegno come a una maledizione divina, mentre dovremmo usare le nostre abilità per trarre un godimento e diffondere l’energia della Madre.</p>
<p>Athena ha riportato alla luce il mondo ricchissimo che tutti abbiamo nell’anima, senza rendersi conto che gli uomini non sono ancora nella condizione di accettare i loro poteri.</p>
<p>Quando cerchiamo un senso per la nostra vita, o il cammino verso la conoscenza, noi donne ci identifichiamo sempre con uno dei quattro archetipi classici.</p>
<p>La Vergine (e non sto parlando di sessualità) è colei che persegue la propria ricerca attraverso una totale indipendenza, e tutto ciò che apprende è frutto della sua capacità di affrontare le sfide da sola.</p>
<p>La Martire scopre nel dolore, nelle difficoltà e nella sofferenza una maniera di conoscere se stessa.</p>
<p>La Santa rintraccia la vera ragione della propria vita nell’amore infinito, nella forza di dare senza chiedere nulla in cambio.<br />
La Strega, infine, agisce alla ricerca del piacere completo e illimitato, arrivando a giustificare attraverso ciò la propria esistenza.</p>
<p>Athena è stata tutt’e quattro le figure contemporaneamente, mentre in genere una donna deve scegliere soltanto uno di questi archetipi femminili.</p>
<p>Certo, è possibile giustificare il suo comportamento adducendo il fatto che tutti coloro che entrano in uno stato di trance o di estasi perdono il contatto con la realtà. È un’affermazione falsa: il mondo fisico e il mondo spirituale sono la stessa cosa. Si può scorgere il Divino in ogni granello di polvere, e questo non ci impedisce di scacciarlo con un colpo di spugna. In qualsiasi caso, il Divino non si allontana: semplicemente si trasforma nella superficie pulita.</p>
<p>Athena avrebbe dovuto avere più cura di sé. Riflettendo sulla vita e sulla morte di quella discepola, è meglio che modifichi in qualche misura il mio modo di agire.</p>
<p><em>Il prossimo capitolo sarà on-line: <strong>26.03.07</strong></em></p>
<p><em>“Cari lettori, poiché non parlo la vostra lingua, ho chiesto alla casa editrice di tradurre i vostri commenti. Le vostre considerazioni sul mio nuovo romanzo sono molto importanti per me.”</em></p>
<p><em>Con affetto, Paulo Coelho</em></p>
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		<title>Secondo Capitolo</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2007 10:37:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paulo Coelho</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Witch of Portobello]]></category>

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		<description><![CDATA[Andrea McCain, 32 anni, attrice di teatro 
“Nessuno può manipolare un’altra persona. In un rapporto, entrambe le persone sanno ciò che fanno, anche se poi una potrebbe lamentarsi di essere stata usata.”
Questo diceva Athena – ma si comportava in maniera opposta: io, infatti, sono stata usata e manipolata senza alcuna considerazione per i miei sentimenti. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Andrea McCain, 32 anni, attrice di teatro </strong></p>
<p>“Nessuno può manipolare un’altra persona. In un rapporto, entrambe le persone sanno ciò che fanno, anche se poi una potrebbe lamentarsi di essere stata usata.”</p>
<p>Questo diceva Athena – ma si comportava in maniera opposta: io, infatti, sono stata usata e manipolata senza alcuna considerazione per i miei sentimenti. È qualcosa che diventa ancora più serio quando si parla di magia: in fin dei conti, era la mia maestra, incaricata di trasmettere i misteri sacri, di risvegliare la forza sconosciuta che ciascuno di noi possiede. Quando ci avventuriamo in questo mare sconosciuto, riponiamo una fiducia cieca in coloro che ci guidano, convinti che sappiano più di noi.</p>
<p>Ebbene, posso garantirlo: non sanno. Né Athena, né Edda, né le persone che ho conosciuto grazie a loro. Lei mi diceva che stava apprendendo a mano a mano che insegnava e, sebbene all’inizio mi rifiutassi di crederlo, in seguito mi convinsi che probabilmente diceva la verità; poi arrivai a scoprire che era una delle sue molte maniere per fare in modo che abbassassimo la guardia e ci abbandonassimo al suo fascino.</p>
<p>Le persone impegnate in una ricerca spirituale non pensano: vogliono arrivare ai risultati. Vogliono sentirsi potenti, lontane dalle masse anonime. Vogliono essere speciali. Athena giocava con i sentimenti altrui in maniera terrificante.</p>
<p>Mi sembra che, in passato, avesse nutrito una profonda ammirazione per Santa Teresa di Lisieux. A me, la religione cattolica non interessa ma, a quanto ho sentito, Teresa sperimentava una sorta di comunione mistica e fisica con Dio. In un’occasione, Athena disse che le sarebbe piaciuto avere un destino simile a quello della santa: in tal caso, avrebbe dovuto entrare in convento e dedicare la propria vita alla contemplazione o al servizio dei poveri. Sarebbe stato molto più utile al mondo, e assai meno pericoloso che indurre le persone, con musiche e rituali, a una sorta di “intossicazione” attraverso la quale possono entrare in contatto con il meglio – ma anche con il peggio – di se stesse.</p>
<p>Mi avvicinai a lei in cerca di una risposta riguardo al senso della mia vita – benché nel nostro primo incontro avessi dissimulato questa intenzione. Comunque, avrei dovuto percepire sin dall’inizio che Athena non era molto interessata a tutto ciò: lei voleva vivere, ballare, fare l’amore, viaggiare, riunire delle persone intorno a sé per mostrare quanto fosse saggia, esibire i propri talenti, provocare i vicini, approfittare dei lati più profani ciascuno di noi– anche se cercava di conferire un alone di spiritualità alla sua ricerca.</p>
<p>Ogni volta che ci incontravamo, per le cerimonie magiche o per andare in qualche locale, io avvertivo il suo potere: avrei quasi potuto toccarlo, vista la potenza con cui si manifestava. Dapprincipio ne rimasi affascinata: avrei voluto essere come lei. Ma un giorno, in un bar, Athena cominciò a parlare del “Terzo Rito”, che implica la sessualità. Lo fece davanti al mio fidanzato, con il pretesto di darmi degli insegnamenti. Secondo me, il suo obiettivo era quello di sedurre l’uomo che amavo.</p>
<p>E, chiaramente, finì per riuscirci.</p>
<p>Non è bello parlar male di persone che sono passate dalla nostra vita al piano astrale. Athena non dovrà rendere conto a me, ma a tutte quelle forze che ha usato