Lukás Jessen-Petersen, ex marito
Quando nacque Viorel, io avevo appena compiuto ventidue anni. Non ero più lo studente appena sposato con una ex collega di università, bensì un uomo responsabile del mantenimento della propria famiglia, con un enorme carico sulle spalle. Ovviamente, i miei genitori, che non erano neppure venuti al matrimonio, subordinarono qualsiasi aiuto finanziario alla separazione e alla custodia del figlio – o meglio, questa è un’affermazione di mio padre, giacché mia madre mi telefonava piangendo, dicendomi che ero matto, ma che avrebbe tanto voluto stringere fra le braccia il nipotino. Io speravo che, a mano a mano che avessero compreso il mio amore per Athena e la mia decisione di vivere accanto a lei, la loro opposizione sarebbe cessata.
Ma non cessava. E ora dovevo provvedere a mia moglie e a mio figlio. Chiusi con la facoltà di ingegneria. Ricevetti una telefonata di mio padre, con minacce e blandizie: affermò che, se avessi seguitato in quel comportamento, avrei finito per essere diseredato; invece, se fossi tornato all’università, avrebbe considerato la possibilità di “aiutarmi provvisoriamente” – furono queste le sue parole. Rifiutai: il romanticismo della gioventù fa assumere sempre posizioni radicali. Risposi che ero in grado di risolvere da solo i miei problemi.
Fino al giorno in cui nacque Viorel, Athena mi aveva portato gradualmente a capirmi meglio. E questo non era avvenuto grazie alla nostra intimità sessuale – molto timida, devo confessarlo –, ma attraverso la musica.
La musica è antica quanto gli esseri umani, mi spiegarono in seguito. I nostri antenati, che si muovevano di caverna in caverna, non potevano portare con sé molte cose, ma l’archeologia moderna ha dimostrato che, oltre a quel poco di cui necessitavano per procacciarsi il cibo, nel loro bagaglio c’era sempre uno strumento musicale: di solito, un tamburo. La musica non è soltanto un conforto o una distrazione, ma va ben oltre: è un’ideologia. Si possono riconoscere le persone dal tipo di musica che ascoltano.
Vedendo Athena danzare mentre era incinta, ascoltandola quando suonava la chitarra per tranquillizzare il bimbo e fargli capire di essere amato, io cominciai a lasciare che il suo modo di vedere il mondo contagiasse anche la mia vita. Dopo la nascita di Viorel, la prima cosa che facemmo al ritorno a casa fu quella di fargli ascoltare un adagio di Albinoni. Quando discutevamo, era la forza della musica che ci aiutava a superare i momenti difficili – non riesco ancora a stabilire un nesso logico tra una cosa e l’altra, se non pensando agli hippies.
Ma questo romanticismo non era sufficiente per procurarci il denaro di cui avevamo bisogno. Giacché non suonavo alcuno strumento, e non potevo nemmeno offrirmi per intrattenere i clienti in qualche bar, finii per ottenere soltanto un lavoro come tirocinante in uno studio di architettura, a fare calcoli strutturali. La paga oraria era assai bassa, sicché uscivo di casa presto e tornavo tardi. Quasi non riuscivo a vedere mio figlio – dormiva –, e non potevo neppure conversare o fare l’amore con mia moglie, che era esausta. Ogni sera, mi domandavo: “Ma quando la nostra situazione finanziaria migliorerà, e noi conquisteremo la dignità che meritiamo?” Benché fossi d’accordo con Athena quando parlava dell’inutilità di una laurea nella maggior parte delle occupazioni, nel campo dell’ingegneria – o in quello della giurisprudenza oppure della medicina, per esempio – è fondamentale possedere un bagaglio di conoscenze tecniche, altrimenti si mette a repentaglio la vita degli altri. In qualche modo, io ero stato costretto a interrompere il cammino verso una professione che avevo scelto, un sogno che reputavo molto importante.
Cominciarono le liti. Athena si lamentava perché, secondo lei, prestavo poca attenzione al bambino – diceva che aveva bisogno di un padre, che se fosse stato solo per avere un figlio avrebbe potuto farlo da sola, senza crearmi tanti problemi. Più di una volta, sbattei la porta di casa e me ne andai, urlandole che non mi capiva: del resto, neppure io comprendevo come avevo potuto mostrarmi d’accordo con la “follia” di avere un figlio a poco più di vent’anni, prima che disponessimo di una minima stabilità finanziaria. A poco a poco, smettemmo di fare l’amore – o per stanchezza, o perché eravamo sempre irritati l’uno con l’altra.
Scivolai nella depressione: pensavo di essere stato usato e manipolato dalla donna che amavo. Athena notò il mio stato d’animo sempre più strano e, anziché aiutarmi, decise di concentrare le proprie energie unicamente su Viorel e sulla musica. Il lavoro divenne la mia fuga. Di tanto in tanto, parlavo con i miei genitori, e sempre udivo quelle parole: “Lei ha voluto un figlio per riuscire a incastrarti.”
Nel frattempo, la sua religiosità non faceva che aumentare. Ben presto, pretese di battezzare il bambino con un nome scelto da lei – Viorel, di origine rumena. Penso che, tranne pochi immigrati, in Inghilterra nessuno si chiami Viorel – comunque, lo trovai creativo, e capii ancora una volta che lei stava facendo uno strambo collegamento con un passato che non aveva neppure vissuto: i giorni nell’orfanotrofio di Sibiu.
Cercavo di adattarmi a tutto, ma sentivo che stavo perdendo Athena a causa del bambino. Le nostre liti divennero più frequenti: lei cominciò a minacciare di andarsene da casa, perché riteneva che Viorel ricevesse delle “energie negative” dalle nostre discussioni. Una sera, dopo un’ennesima minaccia, fui io ad andarmene – pensavo di tornare non appena mi fossi calmato un po’.
Mi misi a camminare per Londra senza meta, imprecando contro la vita che avevo scelto, contro il figlio che avevo accettato, contro la donna che non sembrava più interessata alla mia presenza. Entrai nel primo bar che vidi, nei pressi di una stazione della metropolitana, e bevvi quattro whisky. Quando il locale chiuse, alle 11, raggiunsi un negozio – uno di quelli che restano aperti fino all’alba – comprai dell’altro liquore, mi sedetti sulla panchina di una piazza e continuai a bere. Fui avvicinato da un gruppo di giovani che mi chiesero di condividere il whisky: rifiutai, e loro iniziarono a picchiarmi. Arrivò la polizia: finimmo tutti al commissariato.
Venni rilasciato dopo aver reso la mia deposizione. Ovviamente non accusai nessuno, dichiarando che si era trattato di un litigio casuale: in caso contrario, sarei stato costretto a passare mesi della mia vita in giro per i tribunali, come vittima di un’aggressione. Stavo per uscire, quando il mio stato di ubriachezza mi fece crollare sulla scrivania di un ispettore. Questi si irritò ma, anziché arrestarmi per oltraggio a pubblico ufficiale, si limitò a cacciarmi.
Fuori, c’era uno dei miei aggressori, che mi ringraziò per non aver sporto denuncia. Mi fece notare che ero coperto di fango e sangue, e mi suggerì di trovare degli abiti puliti prima di tornare a casa. Invece di andarmene per la mia strada, gli chiesi di ascoltarmi: avevo un enorme bisogno di parlare.
Per un’ora, ascoltò in silenzio le mie lamentele. In realtà, non stavo parlando con lui, bensì con me stesso: un giovane con un’intera vita davanti, una carriera che sarebbe potuta essere assai brillante, una famiglia che aveva conoscenze sufficienti per spalancare molte porte, ma che adesso sembrava uno dei mendicanti di Hampstead (N.d.R.: quartiere di Londra) ubriaco, stanco, depresso, senza soldi. E tutto a causa di una donna, che non mi prestava neppure attenzione.
Alla fine del mio racconto, già riuscivo a distinguere più nitidamente la situazione in cui mi trovavo: una vita che avevo scelto io, convinto che l’amore possa salvare tutto. Ma non è vero: talvolta finisce per condurci nell’abisso, con l’aggravante che sovente trasciniamo con noi le persone care. In questo caso, stavo proprio per distruggere non solo la mia esistenza, ma anche quelle di Athena e di Viorel.
In quel momento, mi ripetei alcune volte che ero un uomo – e non più un ragazzo nato in una culla dorata – e che avevo affrontato con dignità tutte le sfide che mi si erano presentate davanti. Tornai a casa: Athena stava dormendo con il bimbo fra le braccia. Feci un bagno, uscii di nuovo per gettare nella spazzatura gli abiti sporchi e mi coricai, stranamente sobrio.
L’indomani, le dissi che volevo il divorzio. Athena mi domandò il motivo.
“Perché ti amo. E amo Viorel. E mi sono limitato a incolpare voi due per aver abbandonato il sogno di fare l’ingegnere. Se avessimo aspettato un po’ di tempo, le cose sarebbero state diverse, ma tu hai pensato solo ai tuoi piani, dimenticando di includerci anche me.”
Athena non ebbe alcuna reazione, come se ormai stesse solo aspettando quell’epilogo, o come se inconsapevolmente avesse deciso di provocare questo comportamento.
Avevo il cuore a pezzi, perché speravo che mi chiedesse di rimanere. Ma lei si mostrò estremamente calma, rassegnata, preoccupata soltanto di fare in modo che il bimbo non fosse disturbato dalla nostra conversazione. Fu in quel momento che ebbi la certezza che non mi aveva mai amato, che ero stato unicamente lo strumento per la realizzazione del suo folle sogno di avere un figlio a diciannove anni.
Le dissi che poteva tenersi la casa e i mobili, ma lei rifiutò: sarebbe andata a vivere dai genitori per qualche tempo; nel frattempo, si sarebbe cercata un lavoro e avrebbe affittato un appartamento. Mi domandò se potevo fornirle un aiuto finanziario per Viorel. Fui immediatamente d’accordo.
Mi alzai e le diedi un ultimo, lungo bacio; poi tornai a insistere affinché rimanesse in quella casa, ma lei ribadì che si sarebbe trasferita dai genitori non appena avesse radunato tutte le sue cose. Io presi alloggio in un alberghetto, e tutte le sere rimasi ad aspettare una telefonata nella quale mi chiedeva di tornare, di cominciare una nuova vita – se fosse stato necessario, ero pronto anche a continuare con quella vecchia, giacché l’allontanamento mi aveva fatto rendere conto che nessuno o niente al mondo era più importante di mia moglie e mio figlio.
Una settimana dopo, ricevetti finalmente la chiamata. Ma lei mi disse soltanto che aveva portato via le sue cose e che non intendeva tornare. Due settimane più tardi, seppi che aveva affittato una piccola mansarda in Basset Road – tutti i giorni doveva farsi tre piani di scale con un bambino in braccio. Trascorsero due mesi e, alla fine, firmammo i documenti.
La mia vera famiglia si rompeva per sempre, mentre quella in cui ero nato mi riaccoglieva a braccia aperte.
Subito dopo la separazione – e l’enorme sofferenza che ne seguì –, mi domandai se quella non fosse stata una decisione sbagliata, incoerente, tipica di chi nell’adolescenza ha letto molte storie d’amore e vuole replicare a ogni costo la vicenda di Giulietta e Romeo. Quando il dolore si attenuò – e per questa sofferenza c’è un solo rimedio: il tempo che passa –, compresi che la vita mi aveva permesso di incontrare l’unica donna che avrei mai potuto amare davvero. Ogni secondo passato accanto a lei era valso la pena e, nonostante tutto ciò che era accaduto, avrei ripetuto ogni mio passo.
Ma oltre che guarire le ferite, il tempo mi ha mostrato qualcosa di curioso: nel corso di un’esistenza è possibile amare più di una persona. Infatti mi sono risposato, sono felice accanto alla mia nuova moglie, e non riesco a immaginare come sarebbe la mia vita senza di lei. Ma questo non mi obbliga a rinunciare a tutto ciò che ho vissuto prima, purché usi l’accortezza di non tentare mai di paragonare le due esperienze: non si può misurare l’amore come se fosse una strada o l’altezza di un palazzo. Del mio rapporto con Athena è rimasto qualcosa di molto importante: un figlio – il suo grande sogno, che mi era stato comunicato apertamente prima che decidessimo di sposarci. Con la mia seconda moglie, ho avuto un altro bimbo, e ora sono in grado di affrontare tutti gli alti e bassi della paternità, a differenza di dodici anni fa.
In occasione di un incontro con Athena, mentre andavo a prendere Viorel per passare insieme il fine-settimana –, decisi di affrontare l’argomento: le domandai com’era riuscita a mostrarsi tanto calma quando aveva appreso che intendevo divorziare.
“Perché la vita mi ha insegnato a soffrire in silenzio,” rispose.
Poi mi abbracciò e pianse tutte le lacrime che avrebbe voluto versare quel giorno.
Il prossimo capitolo sarà on-line: 16.04.07
“Cari lettori, poiché non parlo la vostra lingua, ho chiesto alla casa editrice di tradurre i vostri commenti. Le vostre considerazioni sul mio nuovo romanzo sono molto importanti per me.”
Con affetto, Paulo Coelho


[quote comment="207"]Potrei essere Athena e descriverti tutti sensi di colpa che ho patito per quella atavica voglia di bambole! Usare un uomo per diventare madre ed accorgersi dopo anni di aver cominciato a leggere il libro della propria vita saltando troppe pagine……. Sei magico, riesci a cambiare l’atmosfera che mi circonda con la musicalità dei tuoi pensieri. Bentornato![/quote]
Ciao Paulo,
ti scrivo da lettrice delusa dagli ultimi tuoi lavori…le pagine dei tuoi libri mi hanno parlato come quando si parla con se stessi ma, o io sono cambiata, o tu sei diventato troppo simile agli altri, troppo commerciale.
Di questo nuovo viaggio letterario ho avuto modo di leggere solo questo capitolo e spero di poter apprezzare il resto e di rileggere tutto nuovamante alla pubblicazione, sogno un finale non banale (non da Harmony).
Con sincera e spero non criticata opinione,
Tiziana
Sei una magia…sei il cuore che parla ad alta voce, i pensieri che si traducono in parole, i colori che prendono forma.
Scorri dolente e dolcissimo, parlando di vita.
…non smettere mai…
grazie,
Lia